DEVIANZA, MALATTIA E SOGGETTIVITA'

data di pubblicazione:

21 Aprile 2021

Susanna Ronconi, commentando su Fuoriluogo alcuni fatti di cronaca e alcune prese di posizione nel dibattito sulla responsabilità del consumatore di sostanze, prova ad argomentare la necessità di una terza via tra i due paradigmi dominanti (devianza e malattia). Il primo punto di un approccio che, secondo Ronconi, sarebbe in grado di restituire dignità al consumatore, anche se “problematico”, consisterebbe nel riconoscere appieno la sua soggettività, non schiacciandola in una dimensione farmacocentrica o di condanna morale per il suo comportamento inadeguato o pericoloso. Il secondo punto consiste nel superare “quel processo che fa del soggetto che usa sempre un “nominato” e mai un soggetto che nomina e si nomina”. Restituire senso e significato alla parola, alle visioni del mondo e alle rappresentazioni sociali del consumatore, invece di considerare ciò che dice come sintomo di una malattia che conferma una diagnosi. In terzo luogo, per Ronconi sarebbe fondamentale spezzare l’auto-referenzialità che sembra dominare il mondo degli specialisti delle droghe, recuperando curiosità e interesse verso le storie e le dimensioni esistenziali dei consumatori. Afferma Ronconi: “E’ tempo di smettere di leggere le persone attraverso le droghe e di cominciare a leggere le droghe attraverso le persone: si scoprirà che le sostanze entrano nelle vite quotidiane di molti senza stravolgerle, che a volte sono funzionali (al piacere, per esempio, al benessere), che il soggetto non smette di esistere per una molecola, che se perde a volte il controllo poi lo può recuperare (e i più lo fanno senza aiuto professionale), che ci sono culture e norme sociali a protezione e a promozione di stili di consumo sostenibili e sicuri. Accade per l’alcool, accade per tutte le droghe, anche se illegali, come bene hanno dimostrato Norman Zinberg 35 anni fa[7] e di nuovo Carl Hart oggi[8].

Circa venticinque anni fa mi sono avviata, con altre e altri, verso un paradigma meno protervo, meno presuntuoso, più ospitale, debitore alla fenomenologia, quello dell’apprendimento sociale, che aiuta a vedere il soggetto nella sua interezza, e ad assumere la sua epistemologia come legittima. Uno guardo realistico, se si sa vedere vita e comportamenti dei più che usano, e insieme positivo, perché ci dice che socialmente i consumi sono governabili, se si parte dalle competenze dei soggetti, da culture condivise e da un contesto sociale non ostile. Questa prospettiva – e la sua corposa letteratura – dovrebbe almeno incuriosire gli intellettuali e suggerire loro che forse il lavoro di decostruzione dei concetti e delle immagini in base ai quali scrivono di droghe dovrebbe essere propedeutico e, sotto il profilo intellettuale, dovuto. Ma quello che mi sento di dire con maggior enfasi riguarda gli esperti del settore, noi, riguarda la politicità intrinseca dei nostri mestieri: il nostro non è un potere solo tecnico, è un potere politico, anzi, biopolitico e non c’entra solo la cura. Ha a che fare con la vita, le vite degli altri e con il loro disciplinamento; con la costruzione sociale di un fenomeno; con la stigmatizzazione o meno di soggetti e comportamenti; con il controllo e la normatività sociale. È già un bel fardello da governare. Vogliamo davvero metterci anche il giudizio morale come parte della nostra mission?”

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