A 60 ANNI DALLA CONVENZIONE UNICA SULLE DROGHE (2a PARTE)

data di pubblicazione:

14 Settembre 2021

Dopo avere delineato alcuni temi centrali del dibattito internazionale sulle droghe nei primi decenni del ‘900 e prima degli accordi internazionali, Grazia Zuffa sintetizza alcuni nodi della Convenzione Internazionale sulle Droghe del 1961, sottolineando l’importanza, come modello, dell’esperienza proibizionista sull’alcol americana. A partire dall’accordo globale del 1961, poi ampliato e aggiornato nel 1971, entra così in vigore un rigido sistema sanzionatorio fondato sulla classificazione delle sostanze psicotrope in quattro categorie. Ancora più importante è il fatto che le Convenzioni fissano un principio inderogabile: coltivazione, produzione, distribuzione e l’impiego di oppio, coca e cannabis sono possibili solo per finalità mediche e scientifiche, mentre qualsiasi uso non medico viene proibito e sanzionato. Scrive Zuffa: “Non solo perché le prime pietre del sistema di controllo dei narcotici furono gettate negli anni del proibizionismo americano dell’alcol; ma anche perché proprio la fine di quell’esperimento fu l’occasione per riversare sulle altre sostanze l’apparato concettuale elaborato per l’alcol.
Ad esempio, alcune argomentazioni “scientifiche” a sostegno della proibizione della cannabis provengono dal Movimento della Temperanza dell’alcol: come quella della “droga di passaggio”, dalla cannabis alle sostanze “pesanti” (originariamente dalla birra allo whiskey); o come quella della “storia naturale” di evoluzione del consumo moderato verso il consumo intensivo, per le caratteristiche chimiche “additive” delle droghe. Ed è straordinario che questi argomenti abbiano travalicato, sostanzialmente identici, oltre un secolo di storia.

Tornando alla Convenzione Unica sui Narcotici del 1961, già citata: essa sostituisce i precedenti accordi internazionali, inserendo norme più cogenti. La novità più importante è la proibizione della coltivazione delle piante da cui le sostanze narcotiche sono ricavate: in tal modo, i costi del law enforcement (dell’applicazione della legge penale) ricadevano sui paesi che tradizionalmente avevano prodotto le sostanze. Da notare che in quei paesi la produzione era destinata anche all’uso tradizionale: il papavero da oppio, la pianta di coca e la cannabis erano al tempo largamente coltivate in Asia, America Latina e Africa per l’uso tradizionale (si veda la masticazione della foglia di coca in gran parte dell’America Latina), compreso l’impiego nella medicina tradizionale. La Convenzione Unica del 1961 fissa però l’obiettivo di eliminare l’oppio entro quindici anni, e la coca e la cannabis entro venticinque.
L’idea guida della Convenzione del 1961- ancora oggi l’ossatura del sistema internazionale di controllo- è di riservare la coltivazione, produzione, distribuzione e l’impiego di oppio, coca e cannabis unicamente a finalità mediche e scientifiche, punendo l’uso non medico anche nei paesi in cui esisteva una tradizione secolare di utilizzo di queste sostanze. Le sostanze sono classificate in tabelle, distinte per grado di pericolosità. La classificazione risulta arbitraria e controversa: si veda la collocazione della foglia di coca nella Tabella I e quella della cannabis sia nella Tabella I che nella Tabella IV, fra le sostanze più pericolose.

La successiva Convenzione del 1971 ha il compito di aggiornare la Convenzione Unica del 1961, per allargare il controllo ad altre sostanze: cambia così il titolo, da “sostanze narcotiche” a “sostanze psicotrope”, estendendo le previsioni penali a più di cento nuove sostanze (amfetamine, barbiturici, benzodiazepine, psichedelici).
Rimane la classificazione in quattro tabelle, secondo il grado di indurre dipendenza. L’idea è di distinguere fra gli psichedelici, usati come droga di strada, sottoposti al più rigido controllo (nella Tabella I), e le altre sostanze chimiche, usate dall’industria farmaceutica e collocate nelle altre Tabelle, sotto limitazioni meno stringenti.
Nell’insieme, le due Convenzioni, del 1961 e del 1971, mirano principalmente a sradicare gli usi tradizionali di coca, oppio e cannabis nei paesi laddove erano sempre esistiti, limitando la produzione di queste sostanze alle quantità strettamente necessarie all’industria farmaceutica.

(…) Il sistema entra a regime negli anni Settanta. Le due convenzioni internazionali costituiscono gli strumenti per azzerare i consumi principalmente nei paesi dove esisteva una consuetudine e una ritualizzazione di oppio, coca e cannabis, come si è detto. Fino a quel momento infatti, il consumo di queste sostanze nei paesi occidentali era limitato. Ma proprio nel corso degli anni Settanta, nonostante la morsa della repressione penale, esplode in Occidente la domanda di cannabis, e iniziano i consumi di eroina e cocaina. Negli stessi decenni, comincia la produzione illecita su larga scala di quelle stesse sostanze nei paesi che fino a quel momento le avevano coltivate legalmente.
Prende così corpo il “problema droga” così come oggi lo conosciamo: con una larga platea di consumatori, in crescita a livello mondiale, e con un’economia illegale anch’essa in crescita.
Il sistema, così come costruito, si fonda sul conflitto di interessi fra i paesi leader, Stati Uniti in testa, che sono anche i principali “consumatori”, e i paesi economicamente e politicamente deboli, i paesi “produttori”. (…) Con lo stabilirsi definitivo del sistema di controllo basato sulle Convenzioni, che obbliga i paesi ad adottare un quadro di norme penali ben definite e sostanzialmente simili, sono stabilite le basi per la repressione su scala mondiale.
Così gli Stati Uniti possono lanciare la war on drugs. Il presidente Richard Nixon, nel 1971, bolla l’abuso di droga il “nemico pubblico numero uno”. La “guerra alla droga” significava in primo luogo la guerra ai paesi produttori di sostanze. L’obiettivo principale fu inizialmente il Messico, da cui proveniva la gran parte della cannabis consumata negli Stati Uniti. La fumigazione aerea dei campi di cannabis e di oppio messicani iniziò nel 1976, coi fondi americani. Negli anni Ottanta, la pressione si allarga alla regione Andina: nel 1986, il presidente Reagan dichiara il traffico di droga una “minaccia letale” alla sicurezza degli Stati Uniti. Parte da lì la prima operazione militare antidroga degli Stati Uniti su suolo straniero, in appoggio alle forze locali: truppe ed elicotteri furono inviati in Bolivia per distruggere i laboratori di produzione della cocaina. Seguirono poi molte altre operazioni di quel tipo.
Alla pressione militare si accompagna la pressione politica.”

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