A 60 ANNI DALLA CONVENZIONE UNICA SULLE DROGHE (1a PARTE)

Grazia Zuffa, a  60 anni dall’adozione della Convenzione Unica sulle droghe delle Nazioni Unite, propone in un testo pubblicato sul sito di Forum Droghe, un’analisi critica dei documenti e dei concetti chiave per comprenderne l’origine e la logica. Si tratta di un lungo excursus socio-storico, che attraversa 60 anni di dibattiti e leggi attorno alla questione droghe, provando a individuarne gli snodi e le contraddizioni. Il punto di inizio per le future politiche globali è colto nel 1909, quando le dodici grandi potenze mondiali dell’epoca si riunirono a Shanghai, dando vita alla prima Commissione Internazionale sull’Oppio.Il meeting di Shanghai non portò alla stesura di un quadro normativo cogente per gli Stati partecipanti. Tuttavia, tracciò la cornice politica che nel corso del Novecento porterà all’attuale sistema di controllo globale: il testo uscito dalla Commissione stabilì infatti che “l’oppio doveva essere proibito o regolato attentamente”.
A quel tempo, l’obiettivo era di regolamentare piuttosto che di proibire. Sia la Convenzione dell’Oppio dell’Aia del 1912 (che rappresentò lo sbocco della Commissione di Shanghai), sia i trattati in seguito negoziati in sede di Società delle Nazioni miravano a controllare gli eccessi di un regime di libero mercato (…) La Convenzione del 1936, per la “soppressione del traffico illecito delle droghe pericolose”, getta le fondamenta della proibizione, poiché alcuni reati diventano crimini a livello internazionale. Va detto però che la convenzione fu firmata solo da tredici paesi. Solo dopo la Seconda Guerra Mondiale, con la creazione delle Nazioni Unite e il nuovo ruolo statunitense di leadership in campo economico, politico e militare, si creano le condizioni per il regime di proibizione totale, che troverà il suo assetto nella Convenzione Unica sulle droghe del 1961. “

Secondo Zuffa la scelta dello strumento penale, come architrave del sistema di controllo sociale sulle droghe, per le culture giuridiche e sociali europee è contraddittoria rispetto all’idea di salute pubblica e al concetto di moderazione che informa il modello di regolazione dell’alcol. Con l’ingresso nel dibattito internazionale di droghe diverse dall’alcol, diventa egemone una loro rappresentazione in termini di Male assoluto.”Nel sistema di controllo fondato sulla proibizione, ci sono alcuni aspetti che sono giunti irrisolti fino ai giorni nostri (e intorno ai quali, come vedremo, si svilupperanno le differenze fra paesi e paesi e fra aree del mondo). Il più importante di questi è la scelta dello strumento penale per difendere la salute pubblica dal “flagello” della droga e della dipendenza. Si noti che nella tradizione di gran parte dei paesi europei, rispetto alle sostanze psicoattive la difesa della salute passa attraverso la distinzione fra uso moderato e abuso (sia in termini di intossicazione acuta che cronica). Ciò è evidente per l’alcol, la sostanza più usata e ben inserita nella socialità quotidiana del Vecchio Continente. Dunque, l’obiettivo di salute pubblica non è (e non è mai stato) “la riduzione fino all’eliminazione” dell’uso di alcol (com’è invece per le sostanze illegali); bensì la promozione dei modelli più moderati di consumo, nell’intento di prevenire l’abuso e la dipendenza, che si concretizza nell’educazione all’uso sicuro. E’ un approccio non fondamentalista, che non condanna il piacere e il conforto delle sostanze di per sé, ma cerca di controllarne l’eccesso. Si può definire come la cultura della “moderazione”, ben differente dalla “temperanza” di cui si è detto.

(…) La risposta penale alla diffusione della droga procede da un alveo culturale del tutto diverso: l’enfasi sulla sostanza rappresentata come il Male (di per sé) conduce alla “messa al bando” (morale e legale) della sostanza stessa: proprio in quanto Male, si ritiene che essa non sia “domabile” coi meccanismi di controllo sociale. In mancanza di una tradizione di responsabilizzazione sociale rispetto alle problematiche di salute, la risposta alla minaccia droga fa appello alla responsabilità dell’individuo, attraverso l’imperativo dell’astinenza.”

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