LA RIVOLUZIONE DEL CORONAVIRUS – RIFLESSIONI SUL BURQA

Da anni si discute sulla questione del velo islamico, o meglio, sull’uso del burqa o del niqab, le due versioni “integrali” che mascherano completamente l’identità di chi li porta. Molti paesi europei ne vietano l’utilizzo in pubblico. Il caso più recente è quello dell’Olanda, dove l’anno scorso è entrato in vigore il divieto all’uso pubblico del burqa integrale. Se in Olanda l’azione è finita per essere essenzialmente un gesto più politico che sostanziale, simili divieti in altri paesi europei — Francia, Belgio, Danimarca, Austria, Latvia e Bulgaria— hanno avuto un impatto maggiore. 

L’Italia invece è senza una legge nazionale che vieta il velo integrale in pubblico. Tentativi di allargare il senso di un vecchio divieto al mascheramento del viso con casco o passamontagna risalente agli “anni di piombo” — l’art.5 della legge n. 152 del 1975 — sono naufragati in quanto la legge si applica solo all’uso “senza giustificato motivo” e l’osservazione delle usanze islamiche è sembrata una giustificazione sufficiente al Consiglio di Stato. Esistono anche divieti a livello regionale.

La Lombardia vieta l’uso del burqa o del niqab in molte circostanze e in Svizzera, nel 2013, il Canton Ticino vietò la “dissimulazione del viso” in pubblico. In Germania, la Bavaria nel 2017 ne ha proibito l’uso nelle scuole, nei seggi elettorali, nelle università e negli uffici governativi.

Fin dal 2014 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha dichiarato che il divieto in forza in Francia — tra i primi, risale al 2010 — non lede la libertà di religione e nel 2017 la Corte di giustizia dell’Ue ha approvato l’uso di divieti agli indumenti islamici nelle aziende: a condizione che le norme interne escludano qualsiasi simbolo religioso, filosofico o politico e non solo quelli di una particolare confessione.

Un’interessante difficoltà emerge in questi giorni. Per il pudore legalistico dei testi, potrebbe essere — nominalmente almeno —illegale portare una mascherina anti-coronavirus per strada, cioè, fuori dalla sede in cui è ammessa per motivi professionali.

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