“The Shoah Party”: LA CHAT DEGLI ORRORI

Su WhatsApp un gruppo di adolescenti condivideva contenuti di violenza inaudita, dal porno al razzismo passando per la pedofilia.
Svastiche, inni all’Isis e al nazismo, insulti agli ebrei e ai “negri”, video amatoriali di sesso tra minorenni o con minorenni, inviti allo stupro.
Tutto questo nel gruppo WhatsApp “The Shoah Party”.
Un solo apparente filo conduttore: la violenza e la sopraffazione.

Violenza sublimata, spiata dall’altra parte dello smartphone o solamente immaginata: un canale di sfogo e frustrazione che fa paura anche perché mischia nello stesso calderone informe le pulsioni adolescenziali, il porno, il voyeurismo, il razzismo, la cancellazione scientifica di popoli o etnie, la pedofilia. Uno spazio digitale ma molto reale che, come succede in altre migliaia di gruppi e forum, appiattiva ogni cosa, congelando le emozioni e l’empatia, rendendo lecito tutto e il contrario di tutto, almeno fino all’arrivo dei carabinieri.

I ragazzi possiedono strumenti più grandi di loro, dicono oggi molti dirigenti scolastici commentando la notizia della chiusura di “The Shoah Party”.
L’età minima per l’iscrizione a un social network (Facebook, Instagram, Tiktok, ma anche WhatsApp ) è fissata tra i 13 e i 16 anni, ma sappiamo tutti che i primi contatti avvengono, per i ragazzini, già intorno ai 10 o agli 11 anni. A volte i minori si iscrivono di nascosto dai genitori, ma spesso sono mamma e papà a installare le app social sullo smartphone regalato ai figli per la prima comunione: servono per scambiarsi i compiti con i compagni, per partecipare all’organizzazione familiare, per essere inclusi all’interno dei gruppi degli amici della scuola o del corso sportivo.

L’amministratore del gruppo era un quindicenne, e anche più piccoli alcuni dei ragazzi particolarmente attivi nella condivisione di materiali violenti. E se adesso i loro genitori cascano dal pero, e non riescono a riconoscere nei loro figli le persone capaci di condividere un livello così alto di violenza, la ragione risiede nella scissione a cui i ragazzini vanno incontro quando si trovano ad avere a che fare con i social prima di essere in grado di gestirli.

Iscrivere un bambino dell’ultimo anno della primaria o del primo anno della secondaria inferiore a un social network, dandogli libero accesso all’immersione nel vasto mondo del web, significa lasciarlo in mezzo a un bosco senza neanche una riserva di sassolini bianchi per ritrovare la strada di casa. Può essere fortunato, come Pollicino, o essere sfortunato, come Hansel e Gretel, e incappare in chat, gruppi, forum, game chat, che parlano una lingua impossibile da analizzare e comprendere, per un bambino che ha smesso di credere a Babbo Natale solo tre anni prima.

I bambini e i ragazzi covano il desiderio di diventare grandi, di appropriarsi di spazi senza adulti, senza regole eterodirette, senza punizioni, senza ramanzine. Fino all’era degli smartphone, questi spazi erano luoghi fisici nei quali ci si andava a riparare tenendo lontane le figure adulte ( i muretti, i locali, le piazze, le salette musicali, i centri sociali, la casa libera nei week end…), ma all’interno dei quali i genitori potevano comunque comparire in ogni momento e, se necessario, intervenire.

Il web offre invece un’innumerevole quantità di piazze e case sull’albero all’interno delle quali gli adulti non potranno mai arrivare.
Una generazione condannata all’impotenza e all’immobilità negli spazi reali, in particolare in una scuola sempre più distante dai bisogni profondi degli alunni, trova quindi uno spazio libero all’interno del quale sentirsi onnipotente, vivendo digitalmente in assenza di regole, genitori e insegnanti. E più i ragazzini sono piccoli, più non saranno in grado di dare il giusto peso alle cose che stanno dicendo o facendo sulla chat e sui forum.

Siamo di fronte a un’emergenza educativa. I nostri bambini e i nostri ragazzi hanno avuto accesso, all’improvviso, a un mondo in cui le regole sono spesso dettate non dalla coabitazione sociale, ma dal potere degli algoritmi, del consumo, della visibilità.
Un adulto – spesso, sicuramente non sempre – possiede già la struttura cognitiva che gli permette di comprendere la differenza tra il bene e il male, tra il legale e l’illegale, tra il vero e il falso, tra il pericolo e l’innocenza. Un ragazzino alle prime prese con la propria autonomia, invece, no.

Attenzione, però. Fermo restando che l’allarme sociale non deve in nessun caso essere sottovalutato e che l’emergenza educativa esiste e sarebbe bene iniziare a parlarne seriamente, è necessario stare attenti a non ragionare sulle generazioni passate, presenti e future in termini superficiali. L’inchiesta della Procura della Repubblica di Siena sul gruppo “Shoah Party” ha rivelato infatti che i ragazzi coinvolti direttamente nell’animazione della chat erano 25. Ma che altre decine di ragazzi erano stati inseriti nella chat e si erano cancellati appena avevano visto quale fosse lo standard dei contenuti condivisi.
Uno di loro, in particolare, ha avuto la sensatezza di parlarne con la mamma, dalla cui denuncia è partita l’indagine.

Davanti al bosco intricato e pericoloso del web, quindi, questa storia orribile dimostra che il carattere, l’educazione, l’orientamento valoriale, la fiducia nei confronti degli adulti di riferimento fa ancora e sempre la differenza. Se il web offre la copertura perfetta per sfogare le pulsioni peggiori, questo non significa che i ragazzi non possano avere la forza per prenderne le distanze.

Posticipare ai 12, 13 anni il possesso del primo smartphone, mantenerne il controllo da remoto e installare le app di family control sono tutte strade possibili e inevitabili, per un genitore che non voglia lasciare solo il figlio alle prese con un mondo estremamente troppo complesso per lui. D’altra parte, lavorare fin da piccoli sul sostegno alla comprensione emotiva di sé e di chi ci circonda, sulla certezza di poter sempre trovare un appoggio da parte dei genitori, far frequentare ai ragazzini dei corsi di sessuologia, ragionare in classe e a casa sulla violenza e sul dolore provocato da una chat violenta, dall’hate speech, dal bullismo e dal cyberbullismo, affrontare insieme la bellezza della diversità e il valore della vita umana, può fare la differenza tra un ragazzino vittima o carnefice, e un coetaneo consapevole.

Unire il controllo e il rinforzo delle competenze autonome dei ragazzi è l’unica strada possibile: sono questi i sassolini bianchi da infilare nella tasca dei nostri figli per permettere loro di tornare sempre a casa, dopo aver vagato nel bosco del web.

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