L’HIV IN CARCERE – Risultati di una ricerca-intervento in dieci carceri italiane

L’articolo presenta i risultati di una ricerca-intervento finalizzata ad indagare la conoscenza dell’HIV nelle carceri italiane, realizzata tra settembre 2016 e settembre 2017 nell’ambito del progetto Free to live well with HIV in prison.

Il progetto è stato realizzato dalla Società italiana di medicina e sanità penitenziaria (SIMPSE), dall’Università Ca’ Foscari di Venezia e NPS Italia onlus.
Sono state coinvolte le Case Circondariali maschili di Ancona, Bari, Genova, Palermo, Pesaro, Rieti, Roma, le Case Circondariali femminili di Ancona e Roma, nonché il Carcere minorile di Casal del Marmo di Roma.

La ricerca ha coinvolto 677 detenuti di cui 29 donne e 75 minori, 107 agenti di polizia penitenziaria, 122 operatori sanitari, 70 educatori e personale amministrativo, 28 volontari.

La ricerca ha evidenziato che anche all’interno del carcere l’HIV sta progressivamente perdendo quella caratterizzazione terrorizzante che aveva assunto negli anni Ottanta e Novanta, tuttavia ciò non significa che vi sia una migliore o maggiore informazione, né sulle caratteristiche della malattia e del virus che la cagiona, né sui modi di evitare il contagio o di affrontare le eventuali conseguenze.
Nonostante la diffusione dell’HIV tra i detenuti, oggi la convivenza con le persone HIV+ genera meno timori e meno stigma di un tempo.
La possibilità di contrarre l’HIV in carcere fa abbastanza paura, sia ai detenuti sia agli operatori, tuttavia spesso i timori sono legati ad aspetti che nulla hanno a che vedere con l’HIV o che derivano dal possesso di informazioni sbagliate.
Rispetto alla conoscenza tra i detenuti e il personale carcerario dei reali rischi di trasmissione del virus, la ricerca ha innanzitutto messo in evidenza come, nelle carceri, sia decisamente sottostimato il problema della pericolosità delle risse rispetto al possibile contagio da HIV. I detenuti, in quasi il 60% dei casi, ritengono che picchiarsi non sia pericoloso, nonostante l’uscita di sangue da piccole o grandi ferite in questi casi sia la norma. Scarsa consapevolezza di questo problema è stata registrata anche da parte dei sanitari e degli educatori, tra gli agenti di polizia penitenziaria è emersa una situazione contraddittoria: molti hanno risposto dando poca importanza alla possibilità di contagio nel contatto fisico con i detenuti durante le risse, mentre durante gli incontri formativi, una parte di essi ha raccontato della propria paura di infettarsi durante gli interventi volti a sedare le risse.

La ricerca ha quindi evidenziato come oggi l’HIV in carcere sia vissuto con minore apprensione, ciò probabilmente per la minore pressione mediatica sui pericoli dell’infezione, oggi ben curabile con le terapie antiretrovirali disponibili.
La minor paura, tuttavia non deriva da una maggiore conoscenza di come si può contrastare la malattia, né da maggiori conoscenze sulla sostanziale innocuità del virus nella convivenza quotidiana, che invece genera ancora timori per ragioni del tutto errate.
Il fatto che in questi anni non si sia più parlato di HIV e AIDS ha soltanto allontanato il problema, lasciando sottotraccia vecchi timori e pregiudizi.
Iniziative come il progetto Free to live with HIV in prison dovrebbero diventare la norma in ogni carcere, sia per dare corso alle indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, sia per incidere su una tipologia di popolazione particolarmente esposta al rischio di contagio.

L’HIV IN CARCERE – Risultati di una ricerca-intervento in dieci carceri italiane
Alessandro Battistella, Fabio Perocco
Prospettive Sociali e Sanitarie
n.1 / 2018
pag. 14-18

La rivista è disponibile per la consultazione c/o Cesda

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