ANTIDEPRESSIVI – RISCHIO AGGRESSIVITA' E SUICIDIO NEI BAMBINI

data di pubblicazione:

16 Febbraio 2016

BMJGli antidepressivi portano i ragazzi al suicidio?
Uno studio pubblicato sul British Medical Journal mostra che il loro uso nei minori raddoppia il rischio di suicidio. C’è chi lo contesta, chi ricorda che da dieci anni il loro impiego in questa popolazione è strettamente sorvegliato. E chi avverte che senza i dati originali degli studi clinici è difficile trarre conclusioni.

«Gli antidepressivi raddoppiano il rischio di aggressività e suicidio nei bambini». Il 26 gennaio scorso, il British Medical Journal avverte con queste parole i giornalisti dell’imminente pubblicazione sulle sue pagine di una metanalisi che, ancora una volta, indaga i possibili effetti di questa classe di farmaci nei minori.

A condurla, ricercatori danesi afferenti al Nordic Cochrane Centre, uno dei centri della Cochrane Collaboration.
Il gruppo è guidato da un medico che ha fatto della revisione degli studi clinici la sua bandiera professionale, Peter C. Gøtzsche.

Gøtzsche e i suoi questa volta si sono concentrati su un tema su cui si discute da almeno due decenni: i possibili effetti collaterali degli antidepressivi sui minori.
Il metodo è quello che ha fatto della Cochrane Collaboration un’autorità riconosciuta: la revisione sistematica accompagnata dalla metanalisi dei dati, vale a dire un’analisi congiunta di tutti gli studi pertinenti su un dato argomento.
I ricercatori del Nordic Cochrane Centre si sono così trovati a maneggiare quasi 200 sperimentazioni cliniche condotte negli ultimi 20 anni. 125 sono stati scartati perchè non erano trial clinici in doppio cieco controllati con placebo; 28 sono stati scartati perché erano stati condotti su persone sane. Dalla selezione sono rimaste 70 sperimentazioni per un totale di 64.381 pagine di documenti. In totale oltre 10 mila pazienti in trattamento, il 12 per cento dei quali minori.
Cinque i farmaci che erano oggetto delle sperimentazioni: duloxetina, fluoxetina, paroxetina, sertralina e venlafaxina. Tutti farmaci che appartengono alle classi degli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRIs) e degli inibitori della ricaptazione della serotonina-norepinefrina (SNRIs).
Il team ha quindi analizzato la mortalità, l’attitudine al suicidio (scorporata per suicidio, tentato suicidio, idea/desiderio di suicidio), l’aggressività e l’acatisia (una sindrome che si manifesta con l’impossibilità di stare fermi, irrequietezza, ansia, agitazione) confrontandone la frequenza nei pazienti in trattamento e nel gruppo di controllo che assumeva un placebo.
Risultato: nessun nuovo rischio per gli adulti. Ma se si concentra lo sguardo sui minori le cose cambiano: hanno una probabilità di tentare il suicidio dell’85 per cento più alta rispetto a quelli del gruppo di controllo; oltre due volte più alta di mostrare comportamenti aggressivi e acatisia.
Quanto basta per far concludere ai ricercatori: «Suggeriamo il minimo uso degli antidepressivi nei bambini, negli adolescenti e nei giovani adulti».

Le critiche allo studio non si sono fatte attendere e sono arrivate direttamente come commenti al BMJ. Quattro psichiatri (Bernadka Dubicka, Alys Cole-King, Shirley Reynolds, Paul Ramchandani) afferenti a diverse istituzioni inglesi si sono detti «preoccupati per il processo editoriale che ha portato alla pubblicazione dell’articolo», un articolo «completamente errato nella presentazione e nella logica».
Oltre a diverse contestazioni di metodo, i quattro psichiatri fanno notare che soltanto due dei cinque farmaci indagati (fluoxetina and sertralina) sono raccomandati dal National Institute for Health and Care Excellence per il trattamento dei minori, mentre altri due (paroxetina and venlafaxina) sono esplicitamente controindicati. Un modo per dire che si stava sollevando un polverone sul nulla.

Uno dei problemi principali – sottolinea lo studio del Nordic Cochrane Centre – è la qualità dei dati contenuti nei trial clinici che spesso sono utilizzati in modo tale da mettere in buona luce il farmaco. Dei sedici decessi riscontrati nella revisione, per esempio, «quattro sono stati riportati in maniera errata dall’azienda; in tutti i casi si favoriva il farmaco», scrivono gli autori. Un esempio: «un paziente che riceveva venlafaxina ha improvvisamente tentato il suicidio ed è morto cinque giorni dopo in ospedale. Anche se il tentativo di suicidio si è verificato il giorno 21 su 56 giorni di trattamento, il decesso è stato classificato come evento successivo allo studio, dal momento che si è verificato in ospedale dopo che il trattamento era stato interrotto proprio a causa del tentato suicidio».

Non è quindi finito nelle statistiche che fino a oggi erano servite a valutare il profilo rischio-beneficio del farmaco. Lo stesso si è verificato con «più della metà dei casi di tentativi di suicidio e ideazione suicidaria che sono stati codificati come “labilità emotiva” o “peggioramento della depressione”, scrive in un editoriale a corredo dell’articolo Joanna Moncrieff dell’University College London.
Ed è questa dunque la sfida principale: «per valutare correttamente gli antidepressivi, abbiamo bisogno di accedere ai dati originali degli studi, ma abbiamo anche bisogno di ulteriore ricerca che chiarisca l’intera gamma di alterazioni comportamentali, emotive e fisiche indotte dagli antidepressivi dopo il trattamento acuto, l’uso a lungo termine e l’interruzione della terapia».
Fino ad allora, ogni decisione sull’uso degli antidepressivi sarà almeno un po’ alla cieca.

Suicidality and aggression during antidepressant treatment: systematic review and meta-analyses based on clinical study reports
Peter C Gøtzsche et.al.
BMJ 2016; 352 doi: http://dx.doi.org/10.1136/bmj.i65 (Published 27 January 2016)
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