DROGHE: LE SOSTANZE SONO NUOVE, NON BASTANO PIU' REGOLE VECCHIE

data di pubblicazione:

29 Luglio 2015

NUOVE DROGHEUn ragazzo morto per ecstasy pochi giorni fa, altri giovani alle prese con gravissimi problemi dopo l’assunzione di un composto a base di amnesia (una combinazione tra marijuana e metadone). È ormai indispensabile un’informazione capillare per questi giovani rimasti senza relazioni. Il problema non può più essere rimosso. Ognuno deve fare la sua parte: istituzioni, media, scuola, famiglie. Ma questo è soltanto l’abc, e l’informazione da sola non basta.
La politica dovrà per forza metter mano a un adeguamento delle strutture di gestione delle tossicodipendenze, da aggiornare alle nuove esigenze. Un ragazzo morto per ecstasy pochi giorni fa, altri giovani alle prese con gravissimi problemi dopo l’assunzione di un composto a base di amnesia (combinazione tra marijuana e metadone).

Ha ancora senso, di fronte a questo (prevedibile) trend occuparsi di liberalizzazione o meno della cannabis? Più in generale: ha ancora ragione d’essere un dibattito fra proibizionismo e antiproibizionismo sulle droghe “tradizionali”? Il fronte si è spostato. Bisogna prenderne atto. E anche parlare solo di “droghe sintetiche” rischia di essere una semplificazione. Non si tratta di capire soltanto quali sono le nuove sostanze e di impostare una strategia per arginarle secondo schemi consolidati, di maggiore o minore successo.
Non sono cambiati solo gli stupefacenti. Sono cambiati anche i canali di diffusione e il mercato, sempre più fluidi, destrutturati e parcellizzati. Sono cambiati i consumatori, non più “tossici” riconoscibili ma ragazzi (e adulti) “normali” e integrati. E lo spacciatore non è più “l’uomo nero” ma il compagno di banco, e per la sintesi e i mix possono bastare quattro pentole a pressione. Invocare questo o quel modello di gestione del problema, sperimentato qui o altrove, può essere utile solo relativamente.

In Olanda ci sono punti in cui i ragazzi possono portare la pasticca e farla analizzare: se è troppo pericolosa non viene restituita, altrimenti il ragazzo viene avvertito dei rischi e di come gestirli. Si chiama politica della “riduzione del danno”. Non c’è moralismo, ed è una buona cosa, ma un aiuto attraverso l’informazione.
Si potrebbero citare altri esperimenti, come quelli in Austria con camioncini che vanno ai rave party proponendo l’analisi delle sostanze, ma pare che siano pochi i giovani che aderiscono all’invito. Allora proibiamo? Possibile, e anche ragionevole partendo dal fatto che la distinzione fra droghe leggere e pesanti è quantomeno discutibile, e che la cannabis, come scriveva Alberto Mantovani (Corriere di ieri), fa comunque male. Ma il mercato delle dipendenze è fluido, come si diceva, e ha la tendenza a plasmarsi sulle normative vigenti.

“Dopo la legge del 21 febbraio 2006 (art. 45) si è assistito a una temporanea riduzione dei consumi occasionali di cannabis” spiega Sabrina Molinaro, ricercatrice dell’Istituto di Fisiologia Clinica del Cnr di Pisa.
“Allo stesso tempo è aumentato il mercato delle sostanze chimiche e anche per quanto riguarda la cannabis i consumatori abituali non sono calati in modo significativo sul lungo periodo”. Il dibattito potrebbe continuare, con l’elenco di pregi e difetti delle diverse soluzioni, ma la situazione è cambiata e ne servono di nuove.
Di sicuro è indispensabile un’informazione capillare. Il problema non può più essere rimosso: va riconosciuto e conosciuto per quello che è. Ognuno deve fare la sua parte: istituzioni, media, scuola, famiglie. E va modulato il modo di informare. Ormai è chiaro che dire a un ragazzo che l’ecstasy può farlo morire serve fino a un certo punto. Così come serve poco dirgli che il fumo gli farà venire un cancro al polmone, è più efficace paventargli denti gialli o alito cattivo. Ma questo è ovviamente solo l’abc, e l’informazione da sola non basta.

La politica dovrà per forza mettere mano a un adeguamento delle strutture di gestione delle tossicodipendenze, che fanno quello che possono, ma che vanno aggiornate alle nuove esigenze. E dovrebbe essere ormai una priorità un “tavolo” politico in cui si inizi un dibattito concreto, capace di voltare le spalle ai diversi lasciti ideologici, di qualunque segno. Infine serve una presa di coscienza come società civile, che ci chiama in causa tutti.

C’è chi addirittura mette al primo posto la dipendenza da telefonino come inizio della catena. Possiamo pensare di abolire i telefonini? Non diciamo sciocchezze. Però sottolineare una distinzione fondamentale fra piacere e felicità è possibile, attraverso qualsiasi metodo educativo e culturale. Il piacere ha sempre un oggetto, e cerca in esso la propria soddisfazione, che esige di non essere negata, e crea perciò dipendenza, mentre la felicità procura piacere ma non ha oggetto e si consegue soprattutto attraverso le relazioni.

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