DIPENDENZE AL FEMMINILE: UNA PROSPETTIVA STORICO-SOCIALE (2 PARTE)

data di pubblicazione:

9 Gennaio 2015

mddPassando ora all’800, è fondamentale notare che, fino alle leggi proibizioniste della prima metà del ‘900, per alcune delle principali sostanze psicoattive (oppio, morfina) si registra un forte uso femminile. Tuttavia, per interpretare questo dato, occorre specificare che si trattava di un uso socialmente non stigmatizzato e con finalità terapeutiche, sia sotto prescrizione medica che per auto-medicazione. Tanto l’oppio che la morfina erano infatti indicati dai medici per una vasta gamma di disturbi: per le donne rappresentavano il trattamento d’elezione per i disturbi legati all’apparato genitale e alle mestruazioni. Alcune fonti mediche dell’epoca e alcuni storici ritengono che il consumo femminile di oppio e morfina fosse molto alto, ma ciò va contestualizzato alla luce di due considerazioni. In primo luogo, era la stessa comunità scientifica che promuoveva l’uso di tali sostanze e, secondariamente, è solo progressiva la presa di coscienza dei pericoli della dipendenza iatrogena per oppio e morfina, che comunque riguarda in egual misura uomini e donne.

Passando ora alla cocaina, Nencini sottolinea come il suo uso si caratterizzi prevalentemente sin dall’inizio , a differenza di oppio e morfina, per ragioni voluttuarie. Salvo significative eccezioni (l’uso strumentale della cocaina nei soldati di trincea nella prima guerra mondiale), il consumo di cocaina è associato al mondo della trasgressione, dell’eccesso e della libertà sessuale. Ciò favorisce, per la prima volta, la formazione di una subcultura deviante ed edonistica associata alla cocaina, subcultura assente o marginale nel caso delle altre sostanze citate. Nencini, commentando l’implementazione della successiva legislazione mondiale proibizionista, rileva come ciò determini la perdita del primato femminile nella dipendenza da oppiacei e favorisca, paradossalmente, “(…) il sorgere di una subcultura in cui le dipendenze sono indotte pressoché esclusivamente solo dall’uso edonico dei farmaci psicotropi e dove i criteri diagnostici stessi ne sono influenzati nella misura in cui enfatizzano le disfunzioni psico-sociali. In questo nuovo contesto è il giovane uomo, piuttosto che la donna, ad essere più vulnerabile. Se è lecito trarre una conclusione da questo sommario excursus storico, possiamo suggerire che la vulnerabilità di genere alla tossicodipendenza è legata alla differenza tra uomo e donna di adattarsi ai differenti contesti di accesso alle droghe. La donna sembra infatti molto meno propensa ad integrarsi in una sottocultura di loro uso voluttuario. Quali siano le basi neuropsicobiologiche di questa ridotta propensione femminile è un affascinante campo di indagine delle neuroscienze”.

Nencini P., 2014, Abuso di sostanze e differenze di genere, Medicina delle dipendenze, IV, pp. 13-19.

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