HANNO CAMBIATO IL NOME AL "GIOCO D'AZZARDO" – UNA STRATEGIA DELLE CONCESSIONARIE

data di pubblicazione:

6 Novembre 2014

mettiamoci in giocoImmaginiamo che un giorno le associazioni che combattono l’alcolismo si mettano d’accordo con i principali produttori di superalcolici per lottare assieme contro il fenomeno. E prima di tutto concordino sull’opportunità di non utilizzare più la parola alcolismo, che suona male ed evoca una terribile condizione di dipendenza. E decidano di sostituirla con una lungo circonlocuzione. Del tipo: “Campagna contro rischi derivanti dalla non corretta assunzione di bevande che contengano etanolo in quantità superiore al 22 per cento”.
E’ quanto è successo nei giorni scorsi nel mondo del gioco d’azzardo quando – in un protocollo d’intesa tra le associazioni aderenti alla campagna “Mettiamoci in gioco” (che ha come sottotitolo “Campagna nazionale contro i rischi del gioco d’azzardo”) e “Sistema gioco Italia” (l’associazione, aderente alla Confindustria, che unisce i principali imprenditori del settore) – si è convenuto di sostituire l’espressione “gioco d’azzardo” con l’edulcorante locuzione “Gioco con alea con posta in denaro”.Il protocollo è stato sottoscritto il 15 di questo mese e la sua pubblicazione ha immediatamente scatenato forti reazioni all’interno delle associazioni anti-azzardo determinando numerose e autorevoli dissociazioni e prese di distanza. Ma soprattutto ha svelato definitivamente la strategia di comunicazione, e anche la raffinata politica di lobbing, messa in atto dai concessionari. I quali – mentre continuano a sfornare nuovi ‘Gratta e vinci’ – tentano di presentarsi alla stregua di un indispensabile servizio ai cittadini che si preoccupa della loro salute e vuole metterli al riparo dai commercianti disonesti.
Stando nella metafora iniziale, sarebbe un pò come se i produttori di superalcolici tentassero di accreditare l’idea che si rischia veramente l’alcolismo solo se si bevono prodotti realizzati senza licenza.
La discussione all’interno delle associazioni anti-azzardo era partita fin da un mese fa, quando dalla lettura dei loro bilanci si scoprì che Sisal e Lottomatica nel 2013 avevano destinato quasi 13 milioni di euro a “sponsorizzazioni, aiuti, liberalità e beneficenza”, sostenendo economicamente, tra gli altri, Save the children, Emergency, la Fondazione Umberto Veronesi e la Comunità di Sant’Egidio. Ci si domandò se fosse eticamente ammissibile la collaborazione di associazioni umanitarie con questa autentica macchine per fare soldi a spese di cittadini sprovveduti e a volte disperati. Che arrivano a rovinare se stessi e le loro famiglie acquistando tagliandi che promettono vincite milionarie e mascherano la realtà dei fatti.

Ma questa volta, col “protocollo d’intesa”, il caso è scoppiato in modo evidente e clamoroso. Il tentativo di chiamare il “gioco d’azzardo” con un altro nome, tra l’altro oscuro, ha confermato i sospetti sulla politica delle concessionarie.
La campagna “Mettiamoci in giocoè nata nel 2012 per “sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni sulle reali caratteristiche del gioco d’azzardo nel nostro Paese e sulle sue conseguenze sociali, sanitarie ed economiche, avanzare proposte di regolamentazione del fenomeno, fornire dati e informazioni, catalizzare l’impegno di tanti soggetti che – a livello nazionale e locale – si mobilitano per gli stessi fini”. Vi aderisce una lunghissima serie di associazioni, le più importanti: Tutti i sindacati confederali, l’Arci, le Acli, la Federconsumatori, Libera, l’Azione Cattolica, il gruppo Abele e molte altre.
Dal giorno in cui è esplosa la polemica, sul sito di “Mettiamoci in gioco”, campeggia la scritta: “Nessuna alleanza con i concessionari di Confindustria” Quindi un lungo comunicato dove si precisa che “l’opportunità di aprire un confronto con le imprese di Confindustria nasce esclusivamente dalla volontà di arrivare in tempi brevi a una legge quadro sul gioco d’azzardo”. Già, ma per fare questo era necessario smettere di chiamare il gioco d’azzardo col suo nome e inserire nel protocollo una clausola di riservatezza?
Gli autori dell’iniziativa banalizzano. La clausola di riservatezza, dicono, è stata introdotta solo per garantire le parti “dal rischio di strumentalizzazioni reciproche”. E La decisione di utilizzare quella lunga circonlocuzione è stata presa solo perché l’espressione “gioco d’azzardo” nel codice penale è utilizzata con riferimento alle attività illegali. Vero, ma si è appunto nell’ambito del codice penale. Anche l’espressione “armi da fuoco” nel codice penale è usata per punirne l’uso illegale, ma non per questo i loro produttori hanno ottenuto di poterle chiamare “oggetti atti a espellere ad altissima velocità proiettili”.
E non a caso nell’imbarazzata nota pubblicata sul sito di “Mettiamoci in gioco” si precisa: “La campagna continuerà anche in futuro a etichettare il fenomeno come “gioco d’azzardo”, perché – a nostro avviso – di questo si tratta. Anche su questo punto, dunque, la posizione della campagna non è cambiata: non è problematico solo il gioco “illegale” (la posizione tradizionale dei concessionari), ma anche quello “legale”.

Fonte: sostanze.info

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