LOTTA AL FUMO. AUMENTARE LE TASSE E IL PREZZO DELLE SIGARETTE

data di pubblicazione:

15 Gennaio 2014

New England Journal of MedicineTriplicando le attuali imposte si ridurrebbe di un terzo il numero dei fumatori. Agire sul “costo” delle sigarette è l’ultima chiave per stringere ulteriormente la lotta al fumo. Gli ultimi dati parlano di almeno dieci anni di vita persi per chi fuma da giovane.
Pubblicato uno studio su New England Journal of Medicine.
E’ la leva fiscale la mossa vincente della lotta al fumo dei prossimi anni. E a dimostrare che funziona è uno studio recente dell’Università di Toronto, pubblicato sul New England Journal of Medecine. Solo in Canada e negli Usa il raddoppio del costo delle sigarette porterebbe a una diminuzione delle morti per fumo di 70mila unità su un totale di 200mila morti l’anno per tabacco nei due paesi. Nel mondo misure simili sarebbero in grado di ridurre di un terzo i fumatori e di evitare almeno 200 milioni di morti entro la fine del secolo per tumore al polmone e altre malattie.

Prezzi più alti e azzeramento delle differenze di prezzo tra le sigarette più costose e le più economiche diventerebbero due armi efficaci per incoraggiarele le persone a smettere di fumare.

“Questo sarebbe particolarmente efficace nei paesi a basso e medio reddito, dove i prezzi delle sigarette più economiche sono relativamente accessibili e dove i tassi di fumo continuano ad aumentare”, ha affermato il dottor Prabhat Jha​​, direttore del Centre for Global Health Research del St. Michael Hospital e professore della Dalla Lana School of Public Health all’Università di Toronto. Ma sarebbe anche efficace nei paesi ricchi, ha aggiunto, come ad esempio in Francia, che ha dimezzato il consumo di sigarette tra il 1990 e il 2005 aumentando le tasse ben al di sopra dell’inflazione. “Una maggiore tassazione sul tabacco è l’intervento più efficace per abbassare i tassi di fumo e per scoraggiare i fumatori in futuro”. Negli Stati Uniti, inoltre, queste tasse, anche a fronte di una riduzione del consumo di tabacco, genererebbero un’entrata aggiuntiva per lo stato di 100 miliardi di dollari (per un totale complessivo di 400 miliardi di dollari).

Tutti i paesi del mondo sono rimasti d’accordo, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e all’Assemblea Mondiale della Sanità dell’OMS, di diminuire la diffusione del fumo di circa un terzo entro il 2025 e di ridurre le morti premature per cancro e altre malattie croniche del 25%.
“In tutto il mondo, circa mezzo miliardo di bambini e adulti al di sotto dei 35 anni sono già – o lo saranno presto – fumatori e in base agli attuali modelli pochi smetteranno”, ha affermato il Professore Sir Richard Peto dell’Università di Oxford, coautore dello studio.

“Quindi i governi devono trovare urgentemente soluzioni per evitare che le persone inizino a fumare e per aiutare i fumatori a smettere. Questo studio dimostra che le tasse del tabacco sono una leva estremamente potente e potenzialmente un triplo successo – abbassare il numero di persone che fumano e che muoiono a causa di questa dipendenza, ridurre le morti premature da fumo, e, allo stesso tempo, l’aumento del reddito governo. I giovani fumatori adulti perderanno circa dieci anni di vita se continuano a fumare”.
In media, infatti, fumare “ruba” circa 10 anni di vita. Per fortuna, però, l’anno scorso il dottor Jha e il professor Richard hanno dimostrato che le persone che smettono di fumare quando sono giovani “riacquistano” quasi tutto il decennio che altrimenti avrebbero perso.
Inoltre, le persone (sia uomini che donne), che hanno iniziato a fumare da giovani e continuato per tutta l’età adulta, mostrano un tasso di mortalità due o tre volte più alto rispetto ai non fumatori. Lo ha dimostrato l’anno scorso un ampio numero di ricercatori: i rischi del fumo nel 21° secolo sono stati documentati in modo attendibile soltanto un anno fa, come sottolineano gli autori dello studio odierno.

Ma anche la confezione delle sigarette è importante: un’altra rivista nel Regno Unito ha concluso che impacchettarle in un certo modo potrebbe farne perdere l’attrattiva. L’Australia, ad esempio, ha agito in questo senso nel 2011, con un provvedimento che la Nuova Zelanda intende seguire.

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