Poiché la data del 1 dicembre, giornata mondiale di lotta contro l’AIDS, si avvicina, pubblichiamo degli approfondimenti tematici tratti dal recente rapporto 2013 curato da UNAIDS.
Come è noto, un obiettivo fondamentale di politica sanitaria è la riduzione della trasmissione dell’HIV per via sessuale. Su scala globale, l’obiettivo fissato nel 2011 dall’ONU è di ridurre, entro il 2015, del 50% le nuove infezioni per via sessuale.
In generale, il rapporto 2013 dell’UNAIDS valuta positivi i risultati raggiunti dai programmi aventi come obiettivo specifico la riduzione delle nuove infezioni per via sessuale. Tuttavia, gli effetti dei programmi intrapresi variano, sul piano dell’efficacia, a seconda delle regioni e dei paesi considerati. In particolare, la regione subsahariana (dove si è registrato ben il 70% di tutte le nuove infezioni nel 2012) ha sì ridotto le nuove infezioni in 11 anni del 34%, ma in molti paesi africani rimane un tasso di trasmissione dell’HIV per via sessuale molto elevato. Aumenti più contenuti di nuove infezioni sono registrati anche in diversi paesi dell’Europa dell’Est –dove la sola Ucraina mostra un trend positivo-, nell’Africa del Nord e nell’Asia centrale. L’area dei Caraibi è quella dove è maggiormente sceso il numero di nuove infezioni.
Esaminando ora le fasce di popolazione più vulnerabili all’infezione per via sessuale, l’attenzione del report si concentra su due sottogruppi: sex worker e omosessuali. Le sex worker rimangono un gruppo altamente esposto al virus: “Globalmente, le sex worker donne hanno 13.5 probabilità in più delle altre donne di vivere con l’HIV”. La prevalenza di HIV presso le sex worker è ovunque alta, ma varia a seconda della regione e del paese considerato: dal 22% dell’Africa orientale e del sud, al 17% dell’Africa occidentale e centrale, a valori inferiori al 5% in altre macro-regioni (Carabi, Asia centrale, Europa dell’Est). Vi è un’alta la prevalenza di HIV anche presso i sex worker maschi: secondo la letteratura di 24 paesi, dal 2006 il valore medio è del 14%.
Il rapporto UNAIDS sottolinea due interessanti valutazioni sull’efficacia dei programmi. In primo luogo gli studi e le ricerche disponibili su questo gruppo sono ancora limitati e a volte metodologicamente carenti. La seconda osservazione riguarda l’inadeguata implementazione di programmi di prevenzione specificatamente indirizzati alle sex worker: ad esempio in molti paesi si osservano numerosi ostacoli alla diffusione delle campagne per l’uso del preservativo oppure si registra il fatto che, sul totale di risorse finanziarie, pochi fondi nazionali sono destinati a programmi di prevenzione finalizzati alle sex worker, che vengono perciò sovvenzionati con programmi internazionali. Un’eccezione positiva a riguardo è rappresentata dall’Africa del sud e dall’America latina, dove negli ultimi anni sono state attivate delle buone campagne con fondi nazionali.
L’altro gruppo chiave è rappresentato dagli omosessuali. Va premessa a riguardo una nota metodologica: il rapporto parla esplicitamente di “men who have sex with men”, quindi la categoria “omosessuale” va interpretata limitandola al solo genere maschile. E’ stato osservato, negli ultimi anni, che è presso questo gruppo che si registra un aumento significativo di nuove infezioni. Questa tendenza è particolarmente marcata in America latina, dove oscilla dal 33% della Repubblica Domenicana al 56% del Perù. In generale, comparata alla popolazione maschile, il tasso di prevalenza di HIV nella popolazione omosessuale è a essa superiore, in quanto eccede mediamente l’1% in tutte le regioni del mondo considerate.
Sebbene gli studi e le statistiche disponibili siano alquanto lacunose sul piano qualitativo e quantitativo, si stima che il tasso di prevalenza di HIV nella popolazione omosessuale sia aumentato, negli ultimi anni, in modo mediamente consistente, anche se le disparità regionali e nazionali sono piuttosto significative. Un altro elemento di preoccupazione espresso dal rapporto concerne il fatto che spesso le nuove infezioni per via sessuale fra omosessuali avvengono in soggetti di età inferiore ai 25 anni. Così come prima rilevato per le sex worker, anche presso la popolazione omosessuale in alcune regioni e paesi si registrano ostacoli o limiti al finanziamento di programmi di prevenzione specifici a questo target e a campagne di diffusione dell’uso del preservativo. Inoltre, occorre tenere presente che diversi paesi non forniscono dati attendibili su questa popolazione, per cui la stessa valutazione dei programmi si basa su dati limitati e incompleti su scala globale.
Sul piano degli interventi e delle strategie che sarebbe necessario adottare, il rapporto sottolinea che pare improbabile che si raggiunga entro il 2015 il risultato fissato, che è una riduzione del 50% delle nuove infezioni per via sessuale. Ciò sembra dovuto, in primo luogo, alla limitata diffusione di programmi di prevenzione orientati in modo prioritario su approcci socio-comportamentali. Con questo concetto, si intendono tutti i programmi di promozione dell’uso di preservativi e di lubrificanti, della circoncisione maschile e soprattutto l’attivazione di campagne specificatamente indirizzate ai due maggiori gruppi a rischio, sex worker e omosessuali.
Disponibile c/o CESDA.