La prevenzione efficace nella scuole: una intervista

Un ambiente non giudicante e lo sviluppo dello spirito critico possono aumentare l'efficacia della prevenzione

Il problema centrale risiede, secondo Sara Rolando, sociologa e responsabile della ricerca di Eclectica+, nel fatto che la prevenzione scolastica rimane frammentata e «nella stragrande maggioranza dei casi non vengono valutati in alcun modo» gli esiti reali degli interventi.

data di pubblicazione:

13 Ottobre 2026

Un articolo sul sito Vita.it approfondisce il tema degli interventi di prevenzione delle dipendenze nelle scuole, che tendono a dividersi soprattutto tra attività spot e programmi inseriti nell’educazione civica. Tuttavia, la prevenzione tende spesso a seguire «le mode» tematiche del momento: se in passato la maggior parte delle risorse era destinata al contrasto di alcol e sostanze, oggi l’attenzione e i fondi si concentrano prevalentemente sulle dipendenze digitali, dal gaming all’uso delle tecnologie.
Il problema centrale risiede, secondo Sara Rolando, sociologa e responsabile della ricerca di Eclectica+, nel fatto che la prevenzione scolastica rimane frammentata e «nella stragrande maggioranza dei casi non vengono valutati in alcun modo» gli esiti reali degli interventi.
Anche laddove esistono risorse dedicate, misurare con rigore l’impatto rappresenta «una sfida metodologica non da poco». Tra le poche iniziative sottoposte a verifica scientifica, non tutte mostrano evidenze d’efficacia significative e quasi nessuna include uno «studio di follow-up» per verificare se i benefici persistano nel tempo. A livello europeo, inoltre, manca tuttora una solida base di ricerca specifica sulle dipendenze tecnologiche a scuola.
Gli approcci inefficaci: perché la paura fallisce
Le evidenze scientifiche e la ricerca sul campo chiariscono che cosa non funziona:
  1. Interventi isolati e nozionistici: incontri una tantum, lezioni frontali sui pericoli o testimonianze «possono avere effetti opposti a quelli desiderati». La semplice trasmissione di nozioni sui rischi è inefficace perché gli adolescenti conoscono già i pericoli; tuttavia, i loro comportamenti compulsivi nascono come «strategie di coping», ossia modalità per far fronte a un disagio psicologico, all’ansia o a vuoti relazionali.
  2. Allarmismo e panico morale: gli approcci fondati sulla paura e sul terrorismo psicologico adulto o mediatico risultano del tutto controproducenti, in quanto finiscono per «aumentare le difficoltà di comunicazione tra generazioni» ed erodere la fiducia reciproca.
Al contrario, i programmi che dimostrano reale efficacia preventiva puntano su metodologie esperienziali, partecipative e relazionali:
  • Sviluppo dello spirito critico: anziché trasferire divieti, occorre stimolare lo «spirito critico dei ragazzi, la capacità di interrogare la propria esperienza, il contesto e i motivi che la producono», aiutandoli a comprendere perché adottano condotte rischiose pur conoscendone i pericoli.
  • Potenziamento delle life skills: i progetti di successo lavorano su autostima, gestione delle emozioni e abilità interpersonali, offrendo risposte adattive ai bisogni profondi dei giovani.
  • Lavoro di gruppo e peer education: attività interattive, giochi di ruolo e dibattiti in un «ambiente non giudicante» permettono agli studenti di far emergere criticità e individuare strategie di evitamento.
  • Promozione di addiction positive: Incoraggiare pratiche sane (sport, musica, contatto con la natura, relazioni interpersonali) attiva la naturale “chimica del benessere” e contrasta l’«ansia da prestazione» spesso alimentata dal mondo adulto.
In sintesi, la prevenzione efficace a scuola sostituisce la paura con l’ascolto e il potenziamento delle risorse dei giovani, affiancandosi a politiche pubbliche capaci di ridurre le disuguaglianze e limitare l’accessibilità ai fattori di rischio.
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