Overdose: un problema di salute pubblica

Emergenza medica o reato? Il bivio drammatico delle overdose in Libano

La criminalizzazione delle droghe crea un contesto in cui il consumo di stupefacenti viene percepito prima come un reato e solo in seguito come un problema di salute

data di pubblicazione:

17 Settembre 2026

Un’overdose di droga rappresenta, a tutti gli effetti, un’emergenza medica trattabile rapidamente con i farmaci appropriati. Tuttavia, in Libano, la salute passa in secondo piano a causa di politiche fortemente punitive. Come evidenziato dall’articolo disponibile sul sito Talking drugs , “la criminalizzazione delle droghe crea un contesto in cui il consumo di stupefacenti viene percepito prima come un reato e solo in seguito come un problema di salute”.
Questa distorsione trasforma un’emergenza medica in una questione di ordine pubblico, controllo delle forze dell’ordine e stigmatizzazione.
La conseguenza più drammatica di questo approccio è la paura di chiedere soccorso. In una normale emergenza medica, ad esempio una crisi glicemica, non si esita a chiamare un’ambulanza poiché la priorità assoluta è tenere in vita la persona. Nel caso delle sostanze illegali, invece, chi assiste a un’overdose deve compiere calcoli angoscianti. Chi fa uso di stupefacenti deve valutare se rivelare l’emergenza comporterà l’arrivo della polizia, dato che in Libano il solo possesso può costare fino a tre anni di carcere. Di conseguenza, “le persone non cercano aiuto finché non è troppo tardi o la situazione non è grave”.
La sopravvivenza non dipende quindi solo dalla medicina, ma dal sentirsi abbastanza al sicuro da chiedere aiuto.
Oltre a ostacolare i soccorsi immediati, la criminalizzazione produce gravi danni collaterali sistemici. Da un lato, alimenta un mercato illegale privo di regolamentazione in cui la potenza e la composizione delle sostanze sono sconosciute, aumentando esponenzialmente il rischio di decessi. Dall’altro, inficia il sistema sanitario pubblico.
In Libano, la circolare 55/1 del 2006 – che imponeva la segnalazione alla polizia di incidenti causati da terzi – è stata erroneamente estesa alle overdose. Sebbene lo Stato abbia cercato di correggere l’interpretazione e vi siano alcuni ospedali “sicuri” che non segnalano i casi, la mancanza di monitoraggio e lo “stigma latente da parte degli operatori sanitari” mantengono il rischio di arresto estremamente concreto.
Questa situazione dimostra che la perdita di vite umane non è una colpa del singolo, ma delle istituzioni: “Le morti per overdose sono il risultato di un fallimento delle politiche, non di un fallimento morale”. La criminalizzazione costringe a distinguere tra forme di sofferenza meritevoli di soccorso e forme che meritano punizione. Per salvare vite, è necessario superare la logica repressiva.
L’introduzione di leggi sul “Buon Samaritano” e l’accesso universale al naloxone (attualmente limitato ai soli iscritti ai programmi di trattamento) sarebbero passi fondamentali per rimettere la salute pubblica al centro dell’intervento. Fino a quando si privilegerà la punizione rispetto alla cura, le barriere create dallo Stato continueranno a ostacolare la sopravvivenza.
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