Meccanismi del gioco d’azzardo e interessi economici

L'interesse è massimizzare il tempo sul dispositivo

Tra il 2004 e il 2025, nei canali del gioco sono transitati ben 1.940 miliardi di euro. Solo nel 2025, la raccolta ha toccato i 165 miliardi, di cui 11,5 miliardi sono rimasti all'Erario: una cifra modesta rispetto al volume d'affari, ma strutturale per far quadrare i bilanci delle leggi finanziarie.

data di pubblicazione:

27 Luglio 2026

Sul sito del Manifesto è possibile leggere un articolo interessante sui meccanismi e gli interessi economici del gioco d’azzardo in Italia, partendo dai contenuti del libro di Stefano Vaccari dal titolo: “Non è un gioco, è azzardo”.  L’industria dell’azzardo di massa in Italia rappresenta la “liturgia” di un’economia finanziarizzata in cui il denaro è il fulcro centrale e lo Stato agisce come un “socio di minoranza”. Tra il 2004 e il 2025, nei canali del gioco sono transitati ben 1.940 miliardi di euro. Solo nel 2025, la raccolta ha toccato i 165 miliardi, di cui 11,5 miliardi sono rimasti all’Erario: una cifra modesta rispetto al volume d’affari, ma strutturale per far quadrare i bilanci delle leggi finanziarie.
Questa enorme macchina economica si regge su precisi meccanismi psicologici e tecnologici volti a massimizzare il “time on device” (tempo sul dispositivo) e la “continuous gaming productivity”. Il cuore di questo sistema è la creazione della “machine zone”, uno stato di isolamento in cui obblighi sociali e consapevolezza del corpo si dissolvono nel ritmo della macchina. Per estendere le sessioni di gioco, ogni parametro è calibrato artificialmente: dalla curvatura dello schienale all’uso di “quasi-vincite” che attivano nel cervello le stesse aree della vittoria reale.
Il motore del coinvolgimento è la “ricompensa intermittente”, principio derivato dagli esperimenti di B.F. Skinner: è l’imprevedibilità del premio, e non il premio stesso, a generare una ricerca famelica della ricompensa.
Questo processo viene codificato nel “gancio” (hook), un ciclo in quattro tempi — innesco, azione, ricompensa variabile e investimento — che trasforma il comportamento in abitudine. In questo contesto, il payout (la percentuale restituita in vincite) non funge da risarcimento, ma da vero e proprio “carburante” del ciclo: più alta è la restituzione, più a lungo il giocatore resta vincolato alla macchina.
Nonostante i 17,4 milioni di conti di gioco attivi e una vendita di lotterie istantanee che supera i quattromila biglietti al minuto, lo Stato e i privati spesso promuovono la retorica del “gioco responsabile”. Questa formula sposta la responsabilità sul comportamento individuale, ignorando deliberatamente il design manipolatorio del sistema, definito “equilibrio del phishing”, dove chi non manipola il consumatore viene espulso dalla concorrenza.
Il risultato finale è una profonda “diseconomia”.
Sebbene il settore contribuisca formalmente al PIL, esso distrugge valore sociale, erodendo la fiducia, il tempo civico e la capacità di reciprocità degli individui. L’azzardo agisce così come un “anestetico spirituale”, sostituendo i legami umani con una relazione perfettamente affidabile, ma vuota, con un oggetto meccanico.
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