percorsi terapeutici riabilitativi obbligatori per minori tossicodipendenti?

Secondo Leopoldo Grosso, l’inserimento obbligatorio prolungato in strutture chiuse rischierebbe di produrre nel tempo effetti iatrogeni

l'attuale normativa consente sia il collocamento del ragazzo o della ragazza in comunità terapeutica che la sua sottoposizione a un TSO

data di pubblicazione:

29 Novembre 2025

In un articolo pubblicato su Fuoriluogo, Leopoldo Grosso si esprime criticamente rispetto all’ipotesi di istituire “percorsi terapeutici riabilitativi obbligatori per minori tossicodipendenti”. Tale ipotesi, formulata dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, on. Mantovano, vorrebbe rispondere a esigenze di controllo e di cura del minore.

“Nel discorso conclusivo della Conferenza nazionale sulle droghe tenutasi a Roma il 7-8 novembre scorso, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, e principale regista della costruzione dell’intera iniziativa, on. Mantovano, ha riproposto la necessità, già messa in minoranza dagli operatori nei gruppi preparatori, di istituire “percorsi terapeutici riabilitativi obbligatori per minori tossicodipendenti”, “con il consenso dei genitori”, per “dare una risposta alle famiglie disperate”.

La proposta, che a prima vista può evocare la vecchia stagione dei vituperati Riformatori chiusi nel 1988, comporta più controindicazioni che benefici.

Per i minorenni con disturbo d’uso di sostanze e che al contempo sviluppano comportamenti altamente problematici all’interno del mondo familiare, già esistono dispositivi che tengono conto delle situazioni di grave difficoltà. Il Tribunale per i minori può predisporre d’autorità, in base all’accertamento degli elementi raccolti dalle denunce dei genitori o dalla richiesta dei servizi psichiatrici, il collocamento del ragazzo o della ragazza in comunità.

L’altro dispositivo è il TSO, estendibile ai minorenni, con l’aggiunta di un passaggio col giudice tutelare. In entrambi i casi, Il fatto che esista un Ente “terzo”, con apposite competenze, funge da elemento di garanzia indispensabile, contro i possibili abusi, rispetto all’accesso obbligatorio in una struttura chiusa deputata alla cura. Proprio in quanto strumenti di eccezionalità (anche per i costi: un piccolo Comune, con un singolo inserimento in struttura per 12 mesi, spende la grande parte del budget a disposizione), di norma compete invece al sistema dei servizi sociosanitari delle Asl e dei Comuni farsi carico sul territorio della gestione della problematica, spesso con risorse di personale e di servizio inadeguate.

Il compito è duplice: con i minori si stabilisce un piano di cura sull’uso problematico di sostanze e si co-progettano le iniziative sociali utili a rimodulare un diverso stile di vita; con le famiglie si porta avanti un sostegno e un accompagnamento di medio-lungo periodo, in modo che non siano lasciate sole e possano essere aiutate nelle difficili decisioni che tocca sempre prendere nella gestione della quotidianità di un figlio altamente problematico.

I risultati positivi non sono mai “certi”, soprattutto sul breve periodo, ma anche l’inserimento obbligatorio prolungato in strutture chiuse, al di là del contenimento forzato del primo periodo che può consentire alle famiglie di rifiatare rispetto allo stress quotidiano a cui sono sottoposte, rischia di produrre nel tempo effetti iatrogeni anziché i benefici auspicati dalle migliori intenzioni.

La perdita di libertà con l’inserimento in struttura contro la propria volontà, per ragazzi ancora minorenni, dà luogo a un inevitabile vissuto di violenza subita e di ribellione. Il disturbo d’uso di sostanze si caratterizza a quell’età più come stile di abuso che non una dipendenza conclamata, saldamente instaurata. Il fatto che non si autoriconoscano come consumatori problematici, contribuisce ad irrigidire ed esasperare ulteriormente il carattere dicotomico del pensiero e del sentire adolescenziale, che tende a contrapporre bianco e nero, vittima e carnefice, proiettando sempre sugli altri la responsabilità e la “colpa” dei propri comportamenti e delle proprie scelte.

Una struttura che priva della libertà intensifica i meccanismi psichici oppositivi, già difficili da trattare anche con le persone adulte, da lungo tempo provate dall’uso problematico. Il rischio è quello di un’escalation simmetrica con il risultato di precludere la costruzione di rapporti di fiducia, presupposto di ogni percorso di recupero. La comunità, per risultare terapeutica, richiede di essere liberamente e volontariamente scelta, giorno per giorno.”

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