sanguinosa operazione antidroga a rio de janeiro

Un contesto che ha lasciato "inorridito" l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, e "esterrefatto" il presidente Lula, con le organizzazioni non governative che parlano di "carneficina"

testimonianze e filmati raccontano di evidenti abusi compiuti dalle forze di polizia, con esecuzioni sommarie, ma anche di una preparazione quasi militare del cartello

data di pubblicazione:

8 Novembre 2025

La sanguinosa operazione antidroga a Rio de Janeiro, ufficialmente avvenuta per sgominare uno dei principali gruppi criminali (Comando Vermelho) ha destato molte polemiche. Sono 138 i morti dichiarati, ma oltre al numero di decessi, a lasciare perplessi molti osservatori sono state le modalità di svolgimento dell’operazioni di polizia.

“Sulla strada principale del Complesso della Penha, nell’area nord di Rio de Janeiro, c’è un silenzio spettrale.

Arrivano da ogni angolo delle favelas fino a Praca Sao Lucas, dove su teli di plastica allineati lungo la strada sono esposte le ultime vittime del raid anti-narcos della polizia. Se ne contano una settantina. Alcuni sono coperti, altri hanno parenti e amici che gli accarezzano il volto per un ultimo saluto. I cadaveri sono stati raccolti nella notte dagli abitanti della comunità, nella Serra della Misericórdia, l’area boscosa sulla collina, che collega il Complesso di Alemão a quello della Penha.

Con gli ultimi ritrovamenti, è salito così a 138 morti (tra cui quattro poliziotti) il bilancio del blitz contro il Comando Vermelho condotto martedì da 2.500 agenti delle forze speciali, che ha paralizzato la città, con molti voli del vicino aeroporto Galeao cancellati, negozi e uffici chiusi in anticipo per consentire il rientro a casa prima del buio.

I filmati degli abitanti dell’area, diffusi sui social, testimoniano uno scenario di guerra: bombe lanciate con i droni, 200 proiettili sparati al minuto, corpi smembrati a colpi di machete. Un massacro che ha lasciato la Città meravigliosa sotto shock, ha scatenato polemiche politiche tra il governatore conservatore dello stato di Rio de Janeiro Claudio Castro (Pl, lo stesso partito di Jair Bolsonaro) e l’esecutivo progressista di Luiz incacio Lula da Silva, destando anche forti interrogativi sul rispetto dello stato di diritto. Testimonianze raccontano infatti di esecuzioni sommarie con colpi sparati a bruciapelo alla testa.

Tanta violenza, con i bus incendiati dai narcos e usati come barricate per bloccare le strade della città, non si ricordava dagli anni Novanta. Un contesto che ha lasciato “inorridito” l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, e “esterrefatto” il presidente Lula, con le organizzazioni non governative che parlano di “carneficina”, mentre il governatore Castro si difende dicendo di essere stato lasciato solo a combattere contro le mafie.

Nel Complesso della Penha, che comprende 26 favelas, e dove vivono oltre 200 mila persone, famoso anche per essere stato il teatro dell’omicidio del giornalista investigativo della Globo, Tim Lopes, torturato e bruciato mentre stava raccogliendo informazioni sul traffico di droga nei Baile Funky, la tensione si taglia col coltello. Gli accessi sono bloccati da pile di pneumatici e auto carbonizzate. Il leader del Comando Vermelho, Edgar Alves Andrade, noto come Doca, è riuscito a fuggire, protetto da una settantina di uomini: la polizia ha offerto una ricompensa di 16mila euro (100mila real) per informazioni sul suo nascondiglio, lo stesso importo che venne messo sul piatto per il narco-boss Fernandinho Beira-Mar quando fuggì in Colombia.

E la preoccupazione nelle altre favelas che fanno capo all’organizzazione criminale è che la polizia possa presto ritornare a bussare alla porta. Il passaparola va dalla Rochina alla Ciudad de Deus. Anche perché obiettivo del raid, denominato Contenimento, e che ha portato in carcere 81 persone, era appunto quello di stroncare l’espansione territoriale del Comando Vermelho, principale organizzazione criminale dello stato di Rio de Janeiro.

Per il gruppo criminale il traffico di droga resta uno dei principali settori di attività, e negli ultimi anni ha ampliato le modalità con cui si procura le armi utilizzate per le sue “guerre”: ora infatti non utilizza più solo arsenali di importazione, ma si avvale anche della produzione propria, made in Brasile. E i droni attivati con un innesco meccanico a distanza, utilizzati per contrastare la polizia in questo ultimo blitz, dimostrano un salto di qualità, un progresso nell’uso di tecnologie avanzate.”

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