Persone detenute e diritto alla salute: una riflessione

Il carcere potrebbe essere un luogo dove alcun persone incontrano per la prima volta servizi sociosanitari

Nonostante una legislazione nazionale e un framework normativo e di linee guida internazionale ribadiscano l’importanza del rispetto del diritto alla salute in carcere come elemento essenziale dei percorsi di reinserimento sociale della pena, permangono numerose criticità dal punto di vista delle condizioni di vita e di salute delle persone detenute

data di pubblicazione:

23 Ottobre 2025

Una riflessione sul tema della salute in carcere e le sue contraddizioni, fatta da un professionista che lavora in ambito penitenziario. E’ questo il tema del dossier dal titolo Mal di sbarre. La salute (im)possibile nelle carceri italiane che è possibile leggere sul sito della rivista Epidiomologia & Prevenzione – E&P 2025, 49 (2-3) marzo-giugno.

Nonostante una legislazione nazionale e un framework normativo e di linee guida internazionale ribadiscano l’importanza del rispetto del diritto alla salute in carcere come elemento essenziale dei percorsi di reinserimento sociale della pena, permangono numerose criticità dal punto di vista delle condizioni di vita e di salute delle persone detenute.

Criticità che hanno conseguenze troppo spesso mortali, come nel caso dei suicidi in carcere, ma che sono solo la punta di un iceberg di determinanti detentivi di malattia ancora poco esplorati dal punto di vista della salute pubblica.

Nonostante le difficoltà logistiche e materiali per l’attuazione di progetti di ricerca negli istituti penitenziari, “(…) gli sforzi di implementazione di progetti di sanità pubblica volti alla prevenzione, alla presa in carico, alla cura e alla continuità delle cure non mancano e mostrano risultati spesso positivi, in particolare quando è garantito il diretto coinvolgimento delle comunità che vivono e lavorano carcere”.

Ma cosa può fare la ricerca di sanità pubblica per il carcere in Italia si chiede nelle conclusioni l’autore?

Innanzi tutto può “(…) contribuire a migliorare (o far iniziare) sistemi e metodologie di raccolta dati efficaci e condivisi, nel rispetto dei diritti delle persone detenute; può fornire evidenze qualitative sulle loro condizioni di vita e coinvolgerli in progetti di ricerca partecipata. Il potenziale di ricerca quantitativa e qualitativa può essere usato come mezzo fondamentale di advocacy e lobbying rivolto ai decisori politici, per portare in agenda le questioni di salute delle persone detenute”. 

In questo senso sarebbe fondamentale che l’interesse dei decisori politici si concentrasse “(…) sul rafforzamento delle infrastrutture sociali e sanitarie per affrontare i problemi della fasce della popolazione più marginalizzate.

Il carcere è uno dei luoghi dove attualmente si esercita quella che Farmer definiva “violenza strutturale”, in cui persone provenienti da contesti non raggiunti dai servizi sociosanitari si ritrovano nel paradosso di incontrare, magari per la prima volta, alcune briciole di diritto alla salute (screening, vaccinazioni eccetera), ma nel contempo sono inglobati dal complesso detentivo come determinante sociale massimo di malattia, cui si può solo “sopravvivere”.

La presenza di servizi che dovrebbero garantire il diritto di salute può rappresentare un’opportunità di scampo da questo contesto di vita tutta etero-diretta.

E’ indispensabile quindi che la ricerca e la pratica della sanità pubblica devono “(…)  fare emergere con forza e chiarezza che sì, il carcere può essere un luogo di cura e di opportunità; ma solo se se ne riconosce l’attuale dannosa disfunzionalità e patogenicità”.

 

 

 

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