studio sperimentale sulla psilocibina a chieti

lo studio è stato finanziato con i fondi del PNRR e coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) che ha eseguito i test preclinici

lo studio dovrebbe stabilire se gli effetti allucinogeni prodotti dalla psilocibina possano avere indicazioni terapeutiche sicure

data di pubblicazione:

27 Luglio 2025

AIFA ha autorizzato uno studio sperimentale sulla psilocibina, che sarà condotto presso la Clinica Psichiatrica dell’ospedale di Chieti. Secondo i ricercatori che effettueranno lo studio, si tratta di una preziosa occasione per testare gli effetti della psilocibina, in condizioni di rigoroso controllo.

“Per il trattamento della depressione nelle forme resistenti ai trattamenti tradizionali, l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha appena autorizzato una nuova sperimentazione. Prenderà, infatti, il via in Italia uno studio sulla psilocibina, un composto estratto da alcune specie di funghi con proprietà allucinogene.

L’interesse legato a questa sperimentazione risiede negli effetti allucinogeni, prodotti dalla psilocibina. Una volta assunta, l’organismo la trasforma in psilocina, che agisce su recettori della serotonina, modulando l’attività delle reti cerebrali coinvolte nell’umore, nella percezione e nel pensiero.

Lo studio è stato finanziato con i fondi del PNRR e coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) che ha eseguito i test preclinici. Sarà condotto presso la Clinica Psichiatrica dell’ospedale di Chieti con il contributo del Dipartimento di Neuroscienze, Imaging e Scienze Cliniche dell’Università “D’Annunzio”. Collaboreranno l’Asl Roma 5 e l’Azienda Ospedaliero Universitaria “Ospedali Riuniti” di Foggia.

Negli Stati Uniti, Regno Unito, Svizzera e Australia gli studiosi hanno condotto negli ultimi anni diversi studi clinici sulla psilocibina. Hanno, così, evidenziato che una o due somministrazioni possono produrre effetti antidepressivi rapidi e duraturi I miglioramenti clinici si sono rivelati significativi e persistenti fino a sei mesi in pazienti con depressione resistente ai trattamenti tradizionali.

Gli effetti saranno valutati con tecniche avanzate di neuroimaging e neurofisiologia, metodologie che permettono di ottenere immagini dettagliate del cervello. L’obiettivo è quello di identificare biomarcatori cerebrali e definire nuove strategie di psichiatria di precisione.

La psilocibina è una sostanza psichedelica naturale. È presente in alcuni funghi, principalmente del genere Psilocybe, conosciuti anche come funghi allucinogeni. Questi contengono psilocibina e psilocina, cioè le sostanze responsabili degli effetti psichedelici.

La psilocibina è stata oggetto di studio per le sue potenziali proprietà terapeutiche, in particolare nel trattamento di alcune patologie psichiatriche e del dolore cronico. Induce effetti psichedelici, e, in alcuni casi, lievemente euforizzanti, mediati dalla sua trasformazione in psilocina nel corpo, che agisce sul sistema nervoso centrale.

Recenti studi hanno evidenziato il potenziale terapeutico della psilocibina, in particolare nel trattamento della depressione. I risultati sono promettenti sia nel trattamento della dipendenza da nicotina sia come supporto alla psicoterapia per la depressione. 

Lo studio avrà una durata di 24 mesi. «Siamo di fronte a un cambio di paradigma sia scientifico che culturale. Ciò ci permette di saperne di più sul potenziale antidepressivo della psilocibina e sulle sue modalità di azione». Così Giovanni Martinotti, Professore Ordinario di Psichiatria all’Università di Chieti. «È una grande occasione per la ricerca italiana e per migliorare le cure per la salute mentale. Queste conoscenze potranno rendere l’impiego delle nuove molecole ancora più sicuro, accettabile e accessibile per l’applicazione in ambito clinico».

«Per la prima volta potremo valutare l’efficacia della psilocibina in un contesto rigorosamente controllato e clinicamente supervisionato». Lo evidenzia Francesca Zoratto, ricercatrice ISS e Principal Investigator del progetto. «Potremo anche esplorarne forme innovative come quella non psichedelica, che possa eliminare gli effetti allucinogeni mantenendo il potenziale terapeutico», conclude l’esperta.” 

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