Morte tre donne nel carcere delle Vallette di Torino

la mancanza di prospettive fuori dal carcere quanto pesa su

Non è la durata della pena a fare paura, è il vuoto, è l’incertezza del domani, è un carcere che inchioda all’impotenza mentre spreca retorica sul reinserimento.

data di pubblicazione:

25 Agosto 2023

La morte di tre donne all’interno del carcere delle Vallette di Torino impone una necessaria riflessione sulla situazione detentiva delle donne nelle carceri italiane. In questa riflessione si inserisce un articolo di Susanna Ronconi sul sito Fuoriluogo.it.
Dal giugno scorso sono morte in questo carcere tre donne, due Graziana e Azzurra “(…) si sono suicidate, una sarebbe uscita dopo pochi giorni, l’altra tra meno di un anno. Non è la durata della pena a fare paura, è il vuoto, è l’incertezza del domani, è un carcere che inchioda all’impotenza mentre spreca retorica sul reinserimento”.
La terza domma, Susan, “(…) è stata lasciata morire per uno sciopero della fame e della sete, nell’attesa di poter rivedere suo figlio, senza che nessuno si interrogasse – ben prima di psichiatrizzarla – sulla ragione del suo gesto e su come quella ragione si potesse rispettare, soccorrendola non attraverso l’alimentazione forzata ma riconoscendo la legittimità del suo bisogno. Trattandola da donna, persona, madre. Sarebbe stato davvero così difficile darle una qualche certezza sul rivedere suo figlio, sul mantenere un rapporto materno con lui?”.
Ronconi sottolinea il fatto che le donne in carcere soffrono si come gli uomini, ma in modo diverso. Diverso perché oltre ad aver commesso un reato sono colpevoli di avere infranto “un copione di genere patriarcale” che le stigmatizza doppiamente. Il tutto all’interno di un contesto pensato e costruito al maschile, dove nonostante numeri minori le sezioni femminili vedono pochi investimenti, che rendono le prospettive di reinserimento sociale sempre più difficili e immaginabili per le donne che devono uscire dal carcere.
Se poi queste difficoltà e sofferenze si collegano alla relazione con i figli e alla possibilità di vederli, come nel caso di Susan, secondo Ronconi questa “(…) è una sofferenza non necessaria, un carcere costituzionale, avrebbe il compito di limitare, compiendo ogni sforzo per salvaguardare il legame materno, rendendo accessibili pene alternative al carcere per le donne madri, sostenendole nella continuità genitoriale quando sono povere di risorse e di rete sociale”.

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