MANCANO PROGETTI RIVOLTI AGLI OVER 65 CON DISTURBI DA GIOCO D’AZZARDO

la solitudine è un fattore che spinge a giocare

Le persone anziane, stando ad una ricerca condotta del'ISS nel 2018  "(...) giocano più frequentemente al gratta e vinci, ma sviluppano dipendenze in particolare con le slot machine, le videolottery e le scommesse sportive.

data di pubblicazione:

24 Maggio 2023

Non sono molti, ma sono quelli che spendono più soldi rispetto ad altre fasce di popolazione per il gioco d’azzardo: sono gli anziani over 65. Tante storie diverse che raccontano di un senso di solitudine da riempire a seguito del pensionamento, di legami familiari che si allentano, di traumi che non si riescono a risolvere. E’ questa una fotografia di un fenomeno sommerso che si può leggere sul sito dell’Essenziale. Secondo l‘Osservatorio gioco d’azzardo 2021 di Nomisma una persona su 4 oltre i 65 anni ha giocato almeno una volta nella vita d’azzardo, il 16 per cento lo fa con una frequenza almeno mensile e il 12% ha sviluppato un approccio problematico.
Tutti giochi che trovano all’interno di spazi che frequentano non solo per giocare ma anche per socializzare, in particolare bar e tabacchi. La solitudine, secondo una ricerca dell’Ordine degli Assistenti sociali lombardi, è un fattore che influisce molto nell’innescare la problematica della dipendenza: senza nessuno con cui confrontarsi o rendere conto diventa difficile gestire il tempo e le risorse economiche.
Un senso di solitudine che molte persone cercano di compensare con il gioco: “(…) con l’età aumentano ansia e depressione, e quella diventa una via di fuga che dà l’emozione di un’improbabile vincita. In Italia una persona su dieci di più di 65 anni soffre di sintomi depressivi: il problema è più frequente con l’avanzare dell’età (si arriva al 17 per cento dopo gli 85 anni), nella popolazione femminile (14 per cento contro il 7 per cento negli uomini), tra chi ha difficoltà economiche (34 per cento), chi ha una diagnosi di patologia cronica (18 per cento) o chi vive solo (14 per cento)”.
Secondo Claudia Mortali, la ricercatrice che si è occupata dello studio, anche se le persone tra i 65 e 79 anni che hanno problemi con il gioco d’azzardo sono numericamente contenute “(…) quelli che lo fanno perdono più soldi e presentano anche altre fragilità: economiche, sanitarie, psichiche, sociali, relazionali.
Pensiamo agli anziani affetti da morbo di Parkinson, che assumono farmaci dopaminergici: tra gli effetti collaterali c’è la disinibizione degli impulsi, che fa sì che alcuni sviluppino una dipendenza da gioco proprio quando cominciano la terapia”.
Il problema è come intercettare queste persone, che hanno una scarsa rete sociale intorno e spesso non sanno a chi rivolgersi, men che meno ai SerD., che pur avendo dei servizi dedicati sono visti come rivolti essenzialmente ha chi ha problemi di sostanze.
Anche fare indagini su questa fascia di popolazione risulta molto difficile, sia per alcune carenze rispetto all’utilizzo di strumenti utilizzati per le ricerche (questionari online a cui non riescono a rispondere) sia per deficit fisici che non permettono di fare indagini di altro tipo, per esempio telefoniche.
Per questi motivo mancano dati a cui fare riferimento per progettare interventi mirati, anche se qualcosa c’è: “un primo studio effettuato su 370 giocatori mostra che, con il passare degli anni, il coinvolgimento nel gioco e le distorsioni cognitive associate al gambling aumentano, mentre non diminuisce la propensione al rischio”.
Secondo la ricercatrice Maria Ciccarelli “ (…) Queste distorsioni aumentano con l’avanzare dell’età: non è vero che con il passare degli anni le persone tendono a giocare di meno, anzi”. Oggi il gruppo di ricerca dell’università Vanvitelli sta realizzando nuovi studi che prendono in considerazione le capacità decisionali dei giocatori, il chasing, ossia l’attitudine a rincorrere le perdite, e i bias attentivi, in particolare la velocità con cui si intercettano gli stimoli di gioco”.
Di fatto di fronte ad un problema sempre più rilevante di salute pubblica sono pochissimi i progetti finanziati per questo preciso target, che risulta difficilmente coinvolgibile non solo per la difficoltà nel riconoscere il problema, ma anche per la difficoltà a spostarsi verso luoghi dove poterlo affrontare.

 

 

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