SUICIDI IN CARCERE: RAFFORZARE LA PREVENZIONE E L’APPELLO DEL TELEFONO IN CELLA

Tanti, troppi, i casi di suicidio avvenuti  finora   all’interno delle carceri italiane (47 persone coinvolte nel 2022), tanto che il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) ha deciso di varare delle linee guida per il contrasto di questo fenomeno coinvolgendo  direttamente i Provveditorati regionali e gli Istituti penitenziari in un lavoro di prevenzione delle condotte suicidarie

“(…) L’obiettivo è quello di rinnovare, anche con il coinvolgimento delle Autorità sanitarie locali, gli strumenti di intervento e le modalità per prevenire tale drammatico fenomeno, che in questi mesi sta registrando un sensibile incremento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno”.
Nelle linee guida sono contenute indicazioni per la creazioni di staff multidisciplinari ( formati da educatori, psicologi, medici, comandanti e direttori) che avranno il compito di fare un’analisi delle situazioni a rischio all’interno degli istituti “(…) al fine di individuare dei protocolli operativi in grado di far emergere i cosiddetti ‘eventi sentinella’, quei fatti o quelle specifiche circostanze indicative della condizione di marcato disagio della persona detenuta”.
Questo lavoro potrà consentire a tutte le persone, che a diverso titolo, operano all’interno del carcere, di “leggere” quei segnali che possono essere rivelatori di condotte suicidarie.
Per questo motivo il Capo del DAP, tramite una circolare apposita, sottolinea anche la necessità di una formazione specifica, da realizzare attraverso cicli di incontro a livello locale e nazionale, per tutti quegli attori che lavorano per la presa in carico delle persone detenute.
A questo lavoro di prevenzione si aggiunge anche l’appello fatto dal cappellano del carcere di Busto Arsizio, don David Maria Riboldi, direttamente al Ministro della Giustizia, Marta Cartabia per chiedere l’uso dei cellulari all’interno delle celle.
Si tratta di una richiesta, portata avanti già in altre occasioni, che si rifà all’esperienza di alcune carceri del Nord Europa. Questa possibilità sarebbe un ulteriore strumento per contrastare il sentimento di solitudine, disperazione e abbandono in cui si trovano molti detenuti, e che l’epidemia da Covid – 19 non ha fatto altro che acutizzare.
Secondo don Riboldi “(…) Non siamo noi a decidere quando uno ha bisogno di conforto ma i ritmi stabiliti dal nostro ordinamento stabiliscono che uno passa chiamare 10 minuti a settimana, con il post Covid qualcosa di più”, troppo pochi per affrontare momenti di crisi.

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