RECENSIONE DEL LIBRO DI CARL HART

data di pubblicazione:

6 Giugno 2021

Si segnala la recensione di Paolo Nencini del libro, ancora non tradotto in italiano, del neuroscienziata afroamericano Carl Hart, intitolato “Drug use for grown-up. Chasing liberty in the land of fear” (Penguin Press, New York 2021). Nencini riporta in modo equilibrato, senza nascondere su alcuni punti critiche e rilievi di vario tipo, le posizioni espresse da Hart, che fa suo un punto di vista antiproibizionista, motivandolo sulla base  delle proprie esperienze personali e non solo per ragioni a suo parere scientifiche. Scrive Nencini: “Descrivendo, per il colto e l’inclita, gli effetti di tali sostanze così come da egli stesso sperimentati, Hart afferma la liceità dell’uso voluttuario della droga richiamandosi addirittura alla Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti, laddove essa dichiara il diritto inalienabile non solo alla vita e alla libertà, ma anche al perseguimento della felicità: milioni di americani, infatti, “hanno scoperto che certe droghe facilitano la nostra capacità di ottenere questo obiettivo, anche se solo temporaneamente”. Non che le droghe non abbiano effetti avversi, ma essi possono essere evitati usando il “buon senso, la prevenzione, l’istruzione” e pertanto un adulto responsabile è in grado di circoscrivere l’uso di tali sostanze al periodo della giornata dedicato allo svago e al riposo, senza interferire quindi con l’espletamento delle attività quotidiane. Può così affermare di aver ricevuto più danno dall’espletare il ruolo di direttore di dipartimento che dall’assumere droghe (sul fatto che il primo termine di comparazione sia nocivo sono d’accordo per esperienza personale).

Ciò che lascia tuttavia perplessi è che Hart fa, per così dire, di ogni erba un fascio, quasi non sapesse che la possibilità di mantenere il controllo del comportamento d’assunzione varia tra sostanza e sostanza come dimostrato ad abundantiam dagli studi di autosomministrazione. Insomma Hart, pur rovesciandola nelle sue conseguenze, sposa l’asserzione che non esistano droghe leggere da contrappore a quelle pesanti. Comunque sia, l’autore dedica molto spazio a confutare il convincimento che le sostanze d’abuso provocherebbero importanti danni neuropsichici giungendo alla conclusione che “praticamente non vi sono dati nell’uomo che indichino che un uso voluttuario responsabile di droghe causi anormalità cerebrali in individui altrimenti sani”. Forse non è proprio così, ma resta il fatto che, in ossequio ad un esasperato principio di cautela, i dati sperimentali che suggeriscono la possibilità di tali anormalità ricevono grande attenzione anche se raccolti in condizioni irrealistiche rispetto al contesto umano.

(…) Il libro è certamente spiazzante per la sincerità e la veemenza con cui è costruito, a volte passando il segno, come negli attacchi personali a colleghi neuroscienziati e a personaggi pubblici, quasi che l’autore volesse dar sfogo a rancori a lungo covati. Ma tanta vis polemica e una certa approssimazione nel valutare i rischi nell’assunzione di droghe non ne fa certo un libro stravagante, iscrivendosi a pieno titolo nella pubblicistica di denuncia della crisi del modello proibizionista. (…) Da allora molta della letteratura antiproibizionista ha continuato a denunciare quanto controproducente fosse l’attuale legislazione; Hart fa un ulteriore passo affermando il diritto all’uso voluttuario delle droghe, teorizzando quanto molti legislatori sono stati già disposti a concedere nel caso della cannabis. Tenuto conto che nella sua veste di neuroscienziato, Carl Hart è, come si dice, “informato dei fatti”, questo suo temerario venire allo scoperto denota come lo “spirito del tempo” stia rapidamente mutando ammettendo nel dibattito opzioni che sino a pochi anni fa erano proprie di frange controculturali assai ristrette. Del resto, cosa era da aspettarsi dopo anni di frustranti sconfitte della “guerra alla droga”? Che poi l’opzione indicata da Hart sia desiderabile è un altro conto e io francamente non lo ritengo desiderabile, restando convinto che esiste una scala di potenza delle sostanze psicotrope nel controllo del comportamento”

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