ULTIME DALLA 64° SESSIONE DELLA COMMISSION ON NARCOTIC DRUG (CND)

Riportiamo qui una sintesi del dettagliatissimo report della 64° riunione annuale della Commissione delle Nazioni Unite sugli stupefacenti (CND), pubblicato recentemente sul sito di International Drugs Policy Consortium (IDPC). Quest’anno l’evento si è svolto in modalità “ibrida” online/offline, e coincideva con una serie di ricorrenze importanti: il 60° anniversario della Convenzione unica sugli stupefacenti del 1961, il 50° anniversario della Convenzione delle Nazioni Unite sugli stupefacenti del 1971 e il 5° anniversario della sessione speciale dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite sulle droghe, UNGASS 2016.

A quanto riporta l’autrice, i negoziati sono stati lunghi e difficili; si è partiti dalla Dichiarazione originariamente proposta dalla Russia alla fine del 2020, che però non includeva una valutazione esplicita rispetto al rischio che il COVID-19 rappresenta per le persone in regime di detenzione, per giungere poi ad approvare un testo finale in cui se ne riconosce la maggior vulnerabilità, insieme alle persone dipendenti da sostanze.
La novità maggiore, secondo l’IDPC, è rappresentata però dalla
dichiarazione in plenaria degli Stati Uniti che per la prima volta hanno espresso un sostegno esplicito e positivo alla riduzione del danno. Nella dichiarazione si richiedono “soluzioni moderne, come l’ampliamento dell’accesso ai servizi di riduzione del danno e ai servizi di trattamento basati sull’evidenza, in favore di dare priorità all’equità razziale (ndr nell’accesso ai servizi)”.
Una seconda questione, prosegue l’articolo, di particolare attenzione è stata quella della depenalizzazione o meglio decriminalizzazione dell’uso/possesso personale, che ha ricevuto un sostegno significativo dall’Ufficio dell’Alto Commissariato per i diritti umani
, da UNAIDS e dal Fondo globale per la lotta all’AIDS, alla tubercolosi e alla malaria. Nella dichiarazione di UNAIDS si legge “l’impatto positivo sulla salute pubblica della riduzione del danno è ben consolidato la letteratura scientifica. Ambienti legali e politici che evitano la punizione e la criminalizzazione del consumo di sostanze e guardano invece alla tossicodipendenza con un approccio centrato sulla salute pubblica, riducono drasticamente tra le persone che fanno uso di sostanze le nuove infezioni da HIV, oltre che migliorare l’aderenza al trattamento. Ci sono prove schiaccianti che correlano la criminalizzazione del consumo di sostanze stupefacenti con l’aumento del rischio di trasmissione dell’HIV”. Il tema è stato oggetto anche di due eventi collaterali, ma di senso opposto. Da una parte l’evento We are the evidence. Community-Led responses on Decriminalization, Harm Reduction and COVID-19, co-sponsorizzato dal governo norvegese, in cui l’International Network of People who Use Drugs (INPUD) ha presentato un recente rapporto Drug Decriminalisation: Progress or Political Red Herring?– che contribuisce al dibattito apportando la prospettiva, anche critica, delle persone che fanno uso di sostanze. Dall’altra, invece, nell’evento collaterale Decriminalizzazione: cosa funziona e cosa no, organizzato da Movendi International, si è argomentato contro la depenalizzazione, pur riconoscendo che le persone con una dipendenza dovrebbero ricevere “sanzioni” alternative, ovvero cure e trattamento, non carcerazione. Di fatto, sottolinea l’autrice, le Nazioni Unite ad oggi già promuovono esplicitamente la decriminalizzazione sia attraverso il testo della Common Position sia attraverso la nuova Global AIDS strategy.
I dibattiti hanno superato i tempi previsti, ritardo causato principalmente da una risoluzione presentata dal Canada; e in particolar modo, è stata oggetto di accesi dibattiti la definizione di “emarginazione”. Anche in questo caso, secondo l’articolo, gli Stati Uniti hanno fatto la differenza, prendendo una posizione netta e dimostrato di mantenere il loro nuovo impegno verso l’equità razziale.
L’altra risoluzione che l’articolo descrive è stata quella presentata dalla Nigeria e dagli altri stati alleati dell’Africa, sull’uso non medico degli oppioidi. Questa risoluzione ha sollevato un campanello d’allarme sulla questione del tramadolo rispetto alle possibili risposte eccessivamente punitive e restrittive, tanto da impedirne anche l’utilizzo in ambito medico; si limiterebbe così del tutto l’accesso a questo importantissimo – soprattutto in Africa – medicinale per la terapia del dolore (con conseguenze importanti, come più volte raccomandato anche dall’OMS). Inoltre, anche in Nigeria stessa, ad esempio, esistono molti consumatori di tramadolo a scopo appunto “non medico”, che sviluppata una dipendenza cercano di soddisfare le esigenze dell’astinenza con altre opzioni, talvolta più pericolose, o con sostanze di bassa qualità e contraffatte, trattandosi in realtà di un mix di altri oppioidi. E la proibizione in sé del farmaco non sarebbe risolutiva neanche in questo caso.
Per concludere, l’autrice riporta una nota di particolare rilevanza politica: forse l’impostazione virtuale, ha reso favorito la comparsa, molto controversa, del tenente generale Than Hlaing, a nome dello stato del Myanmar; partecipazione che è stata aspramente criticata, ritenuta un affronto al governo democraticamente eletto. È stata la prima apparizione in un forum delle Nazioni Unite di un rappresentante militare di alto livello del Myanmar direttamente coinvolto nel colpo di stato ed è stato interrogato dai gruppi della società civile.
Le nuove linee per il futuro dibattito sulla politica delle Nazioni Unite sulle droghe, sembrano quindi disegnate: la questione del sovraffollamento carcerario; la questione delle popolazioni emarginate, e di come per queste – soprattutto rispetto alle minoranze indigene, native o di colore (America, Africa, ecc.) – l’impatto della “guerra alla droga” sia sproporzionato in termini di perdita dei diritti umani.

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