JONATHAN GALINDO: LA CREATURA DEL WEB CHE SPAVENTA

data di pubblicazione:

23 Ottobre 2020

Spaventano ancora una volta le sfide via Web e la loro presunta capacità di portare i ragazzini a condotte estreme, fino al suicidio.
E’ la nuova moda che nasce sui social e che si sta diffondendo a grande velocità: appendersi con i piedi a testa in giù, versarsi della vodka negli occhi, mettere la testa nel water o camminare bendati per strada, queste alcune delle sfide lanciate. Chiking game, Batmanning, Eyeballing. E ancora Planking, Blu Whale, Bird box challenge, ad essere coinvolti sono i giovanissimi.

Jonathan Galindo è il fantomatico personaggio di un gioco social che avrebbe spinto un ragazzino di 11 anni a suicidarsi lanciandosi dal balcone di casa. Mentre sono in corso le indagini, le famiglie si interrogano sulla sicurezza dei loro figli.

“Il problema vero non sono tanto le mode in quanto tali perché si tratta molto spesso di personaggi strumentalizzati per creare viralità nel web” ci dice Maura Manca, psicoterapeuta e presidente dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza. “Quando si parla di suicidio, soprattutto in età evolutiva, si ricerca una sorta di sensazionalismo per fare uno show mediatico perché è una notizia che attira l’attenzione del pubblico”. “I ragazzi, come i bambini, sono attratti da queste creazioni del web per una curiosità insita nella crescita, per omologazione e, in alcuni casi, soprattutto quando si tratta di contenuti che fanno paura, per una sfida, un modo per dimostrare il proprio coraggio”.

“Man mano che cresce la diffusione social di queste ‘challenge’ – continua la Manca – aumenta anche il numero di profili paralleli, di post e di hashtag. Noi non sappiamo chi si nasconda dall’altra parte, non conosciamo le reali intenzioni di chi si cela dietro quello che è un gioco non gioco”. Ci possiamo trovare davanti ad adescatori che “vogliono catturare i minori e portarli nella loro rete, persone che manipolano la mente dei ragazzini facendo leva sulla curiosità adolescenziale, sulla loro influenzabilità e vulnerabilità”: in poche parole su soggetti condizionabili che rischiano “di trovarsi davanti a un burattinaio senza avere gli strumenti per riconoscerlo”.

Ma il suicidio non è un raptus, è nella quasi totalità dei casi il risultato di un percorso “incidentato”, fatto di problemi pregressi e situazioni irrisolte.

I giovani di oggi, continua la psicoterapeuta, sono “figli di una società dove violenza e aggressività sono normalizzate e parte della dieta mediatica quotidiana. Una società competitiva e molto poco cooperativa”. Ecco allora che si partecipa a una di queste sfide per trasgressione, per accrescere la propria autostima basata sul riconoscimento sociale, per rinforzare il proprio ruolo all’interno del gruppo dimostrando il proprio coraggio. Un gruppo che, nell’era tecnologica, è potenzialmente formato da migliaia di persone.

Quella dei ragazzi “è una richiesta di ascolto” che nella maggior parte dei casi “l’adulto non riesce a garantire perché impreparato di fronte all’estrema velocità con cui cambia il mondo”.

“Nel cosiddetto Deep Web l’anonimato regna sovrano”, ci dice Riccardo Meggiato, consulente in cyber-security e digital forensics e autore di diverse pubblicazioni dedicate al lato più oscuro della Rete. “Ma starei molto attento a parlare di correlazione tra suicidio e Internet challenge. In più di 25 anni di consulenza mi è capitato una sola volta, analizzando un cellulare, di trovare una qualche forma di collegamento. Tutte le attività all’interno del cosiddetto Deep Web sono mosse da due beni: i soldi e il sesso. In Internet esiste assolutamente il problema dell’accesso a contenuti non adatti ai bambini. Esiste il problema della condizionalità, dei minori che vengono adescati con la promessa di ricariche telefoniche gratuite e buoni Amazon. La storia del suicidio come conseguenza di una sfida sui social mi sembra una narrazione molto romanzata”.

Per approfondimenti segnaliamo il servizio de Le Iene su Jonathan Galindo

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