GLI ITALIANI E IL FUMO

data di pubblicazione:

8 Ottobre 2011

Italiani consapevoli dei rischi per la salute derivanti dal fumo, ma liberi di scegliere. Il 51% degli italiani (il 57% tra i fumatori, il 50% tra gli ex fumatori, il 46,5% tra i non fumatori) ritiene che fumare sia una scelta individuale che le persone compiono essendo pienamente informate delle possibili conseguenze. Il 49% pensa invece che i danni del fumo non vengano adeguatamente considerati e che chi fuma rischia molto di più di quanto crede. Gli italiani risultano tuttavia fortemente consapevoli dei rischi per la salute derivanti dal fumo. Circa due terzi li giudicano molto gravi e un altro 30% li considera abbastanza seri. La quota di coloro che li reputano poco rilevanti è inferiore al 4%, e non supera il 6% neanche tra gli stessi fumatori.

È quanto emerge da una ricerca del Censis, che registra come sui comportamenti, però, l’opinione pubblica è divisa. Come affrontare la questione dei consumi di prodotti da tabacco? Per il 35% degli intervistati un cittadino adulto e informato deve essere libero di scegliere. Il 18% sposa una linea «proibizionista», per cui la vendita delle sigarette dovrebbe essere limitata e progressivamente vietata per tutelare la salute. L’opzione prevalente (46%) è però quella «pragmatica», per cui a fronte dei rischi è meglio che il commercio sia legale, controllato e tassato.

Scetticismo sulle ipotesi di inasprimento della regolazione. Il 44,5% degli italiani ritiene adeguate le avvertenze sanitarie riportate attualmente sui pacchetti di sigarette, il 10% considera gli avvisi addirittura eccessivi, mentre per il 45,5% sono insufficienti. Ma l’introduzione di fotografie o immagini «più forti» per scoraggiare il fumo è giudicata per nulla efficace dal 18% degli intervistati, poco efficace da un altro 54%, mentre solo il 28% è convinto che potrebbe ridurre molto il numero dei fumatori. L’indagine del Censis ha evidenziato un certo scetticismo degli italiani in merito alla efficacia di altri interventi studiati dall’Unione europea. L’ipotesi di eliminare marchi e colori dai pacchetti viene giudicata inutile (59%) o sbagliata (28%) dalla grande maggioranze degli intervistati. Anche il divieto di esposizione dei prodotti nelle tabaccherie viene considerato inutile dal 60% del campione e sbagliato da un ulteriore 20%.

Fumo passivo e tutela dei minori: che fare? Le norme sulle limitazioni del fumo nei luoghi pubblici chiusi (legge Sirchia) sono considerate giuste dall’80% degli intervistati. Solo il 14% vorrebbe un ampliamento diffuso e generalizzato dei divieti, mentre il 6% considera eccessive le attuali restrizioni. Gli strumenti ritenuti più efficaci per ridurre il fumo tra i minori sono la repressione del commercio illegale (54%) e l’introduzione di maggiori controlli e sanzioni per i rivenditori che non verificano l’età degli acquirenti (51%). Molti sono i favorevoli all’innalzamento a 18 anni dell’età minima per l’acquisto (49,5%).

14 miliardi di euro l’anno per le casse dello Stato. Il commercio legale di tabacchi lavorati contribuisce alle finanze pubbliche italiane con circa 14 miliardi di euro l’anno (più di 10,5 miliardi di accise e oltre 3 miliardi di Iva), impiegando complessivamente nell’intera filiera (dalla produzione agricola del tabacco al commercio al dettaglio) oltre 200.000 persone. Il gettito fiscale corrisponde a quasi il 2% delle entrate delle amministrazioni pubbliche, percentuale che sale al 3,3% se si considerano le sole entrate tributarie erariali. Grazie a una gestione attenta delle politiche fiscali e dei prezzi, nell’ultimo ventennio il gettito è aumentato costantemente, raddoppiando il valore in termini reali (passando da 1,34 euro a pacchetto a 2,86 euro). Questi risultati sono stati ottenuti a fronte di una progressiva diminuzione dei consumi effettivi (la quota dei fumatori in Italia si colloca a livelli medio-bassi nella graduatoria europea: fuma il 23% della popolazione di 14 anni e più, con 13,4 sigarette fumate mediamente al giorno) e grazie anche all’efficace azione di contrasto ai traffici illeciti, sviluppata a cavallo degli anni 2000, che ha portato a una forte riduzione del contrabbando. Lo stesso non è avvenuto in altri Paesi europei che hanno seguito strategie diverse. Le misure fiscali aggressive adottate in Francia e in Irlanda non hanno prodotto rilevanti riduzioni dei consumi, ma hanno fortemente incentivato il ricorso a canali di approvvigionamento alternativi (acquisti transfrontalieri, contrabbando), provocando il crollo della distribuzione legale e l’indebolimento del gettito fiscale.

Aumentare i prezzi a piccoli passi. Secondo l’indagine del Censis, l’opinione pubblica non ha una corretta percezione del carico fiscale sul prezzo finale delle sigarette. Il 30% degli italiani non è in grado di esprimere un’indicazione. E tra quelli che rispondono, più di due terzi lo sottostimano, collocandolo al di sotto del 60% del prezzo di vendita. Molto articolati i pareri sull’aumento dei prezzi. Il 31% degli italiani (il 18% tra i fumatori) è favorevole a un incremento drastico per scoraggiare l’acquisto di sigarette, il 28% (il 25% tra i fumatori) preferisce un percorso di piccoli aumenti scaglionati nel tempo per evitare di favorire il contrabbando, il 27% (il 33% tra i fumatori) è invece contrario perché ritiene che le tasse siano già adeguate, infine il 14% (il 24% tra i fumatori) pensa che la tassazione andrebbe ridotta.

Questi sono i principali risultati emersi da una ricerca realizzata dal Censis su incarico di British American Tobacco Italia, presentata il 6 ottobre a Roma nell’ambito del convegno «Tabacco, regole e mercato» da Giuseppe De Rita e Giuseppe Roma, Presidente e Direttore generale del Censis

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