DONNE E TOSSICODIPENDENZA. QUANDO LA PATOLOGIA E' DI ALTRO GENERE

data di pubblicazione:

20 Luglio 2020

Dalla Relazione annuale sull’evoluzione del fenomeno della droga nell’Unione europea, pubblicata nel 2018 dall’OEDT (Agenzia europea sulle droghe di Lisbona) le donne rappresentano soltanto il 20% dei pazienti che si sottopongono a un trattamento della tossicodipendenza . Secondo lo stesso Osservatorio, le ragioni sono diverse e possono includere problemi di accesso ai servizi specializzati e di adeguatezza degli stessi.
Nella Relazione si sottolinea che «le donne in cura per problemi di tossicodipendenza possano avere esigenze più complesse, in particolare in termini di comorbilità e responsabilità nella cura dei figli, e abbiano pertanto bisogno di servizi più mirati e differenziati in base al genere».
Sulla rivista Mission sono stati pubblicati i risultati di una ricerca volta ad analizzare questo aspetto, proponiamo di seguito una sintesi.
La ricerca è stata condotta dal Dipartimento Dipendenze Patologiche ASL di Taranto che dal gennaio 2008 al dicembre 2017 ha considerato 62 donne coinvolte in passaggi in Comunità Terapeutiche per problemi di tossicodipendenza.
Al 31 dicembre 2017 la popolazione totale del DDP ASL TA (poco più di 3265 persone) vede una netta discrasia tra uomini e donne.
Per la tossicodipendenza da sostanze legali e illegali le donne rappresentano il 7,1% della popolazione generale (su 1987); mentre per l’alcolismo il 17% (su 174).

L’età media del campione è di 38 anni con una media età per gli invii di 31 anni.
Alla data di chiusura della ricerca (31 dicembre 2017), c’è una condizione delle donne appartenenti al campione analizzato che non può non attirare l’attenzione, ossia le pazienti perse di vista con ben il 47%.
L’età media di quante hanno abbandonato prima della conclusione del programma concordato è di 31 anni, quella di quante hanno portato a termine il programma concordato è di 33, quella relativa a quante continuano il percorso al 31 dicembre 2017 è di 30.
Al momento della presa in carico della paziente, il 58% ha figli, il 41% no.
Gli invii in strutture Terapeutico-Riabilitative sono stati 34, presso strutture Pedagogico-Riabilitative 54, in doppia diagnosi 3.

Delle 13 alcoliste il 38,4% ha raggiunto il “fine programma”, delle 47 eroinomani il 19% ha raggiunto lo stesso obiettivo.
Delle due donne con cocaina come sostanza primaria, nessuna ha raggiunto la conclusione concordata del programma comunitario.
Delle 15 donne che hanno terminato il programma l’80% aveva figli.
Gli autori della ricerca concludono formulando una serie di considerazioni.

Il lavoro terapeutico con le donne tossicodipendenti, e in peculiarmente con le eroinomani, impone una formazione complessa e multidisciplinare. Chiede un approccio iniziale impostato sulla semplicità, sui bisogni minimi, sulla possibilità di un “aggancio caldo”, senza eccessi normativi, fuori da prescrizioni rigide o freddamente istituzionali. Verrebbe quasi da dire che difficilmente si può intervenire senza aver prima stabilito un legame in qualche modo significativo.
L’operatore, soprattutto se donna, dovrebbe rinunciare alla sua distanza di sicurezza, al pensare di non avere nulla in comune con la paziente, provando a lavorare su di una complicità che solo in un secondo momento potrebbe portare a risultati visibili sul piano del consumo ma che sarebbe terapeutica da subito per ciò che attiene la difficile ma imprescindibile prerogativa del recupero della stima e del valore di sé.
Familiarizzare per tranquillizzare la paziente, mettere a disposizione un po’ di più di sé senza per questo rinunciare al ruolo, avere la capacità di leggere una storia non solo come individuale ma anche e soprattutto sul piano socioculturale, sono solo alcuni degli aspetti utili, quando non necessari, a rendere i luoghi della cura della donna tossicodipendente più appetibili.

Donne e tossicodipendenza. Quando la patologia è di altro genere…
Anna Paola Lacatena
Mission, n. 53 – Aprile 2020
pag. 26-32

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