CARCERI NELLA FASE 2

data di pubblicazione:

24 Giugno 2020

L’istituzione carceraria ha come caratteristica un tempo di assimilazione particolare rispetto alle trasformazioni del mondo esterno, dettata soprattutto da esigenze contenitive (come, quando, chi recludere). Mentre le nostre città si orientano verso la normalizzazione delle interazioni economiche e sociali seguendo prassi contraddittorie di “convivenza con il virus”, il carcere è ancora fermo alla Fase 2. L’ultima disciplina risale al decreto legge n. 29 del 10 maggio, e dispone il ripristino dei colloqui in presenza con i familiari a partire dal 18 maggio, attraverso ingressi in “forma contingentata” (due colloqui al mese) la cui gestione è affidata alle direzioni degli istituti, di concerto con le autorità sanitarie.

Il processo di ristrutturazione dell’istituzione penitenziaria che in questi giorni ha portato alla nuova nomina di Petralia (altro pubblico ministero) alla guida del Dap, ha sicuramente influito sulla lentezza dei processi decisionali. All’inizio dell’estate i colloqui in presenza sono ancora pochissimi e la ripresa delle attività trattamentali è ancora lontana. Di fatto in carcere entra quasi esclusivamente il personale in divisa.
In generale, le carceri del paese sono ancora confinate nel limbo del lockdown, con alcune aree destinate alla socialità ancora chiuse e solo pochissime attività collettive organizzate a distanza, tramite videochiamata. Dal nuovo comando del Dap non arrivano linee guida, l’unica circolare emanata fin ora riguarda la revoca delle disposizioni del 21 marzo che, per evitare il contagio, invitavano le direzioni degli istituti a indicare i detenuti con più di settant’anni e affetti da patologie mediche. La motivazione a supporto di questa revoca riguarda la diminuzione del rischio di contagio, ragioni che non sembrano avere la stessa forza argomentativa per ristabilire il quotidiano detentivo pre-Covid. L’iniziativa di alcuni provveditorati regionali, come quello della regione Veneto, o di alcune direzioni, come Pozzuoli, di “ripianificare” (per difetto) il piano delle attività, segnala ancora una volta la scomposizione del sistema, completamente scollato dai centri ministeriali.

Proprio alla luce di ciò, questa presunta nuova fase impone un’osservazione attenta delle scelte istituzionali e dei movimenti interni alle catene di comando. È necessario comprendere quali saranno le trasformazioni, e di seguito le eccezioni permanenti prodotte dalla pandemia. I rischi sono sotto gli occhi di tutti e raccontano di ristrutturazione della socialità e limitazione di pratiche come la sorveglianza dinamica, maggiore discrezionalità per gli istituti nella gestione dei rapporti tra i detenuti e i loro familiari, autonomia più marcata per le forze di polizia penitenziaria, impermeabilizzazione e chiusura ulteriore dell’universo carcerario rispetto al mondo esterno.

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