CANNABIS TERAPEUTICA: L'OPINIONE DI SILVIO GARATTINI

data di pubblicazione:

26 Maggio 2018

Secondo Silvio Garattini, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano, le conoscenze scientifiche e gli studi clinici controllati disponibili sulla cannabis terapeutica sono ancora insufficienti per una sua valutazione affidabile in merito all’efficacia. Per Garavini occorre rispettare i processi e gli standard in uso per la commercializzazione dei farmaci. “Sulla cannabis terapeutica c’è ancora poca conoscenza scientifica. Se un’attività terapeutica c’è e si può sfruttare, ben venga. Ma servono studi clinici controllati e indicazioni specifiche per fare in modo che i pazienti abbiano a disposizione qualcosa che conosciamo bene sul fronte benefici e rischi. Va seguito quello che è l’iter normale di ogni farmaco, che passa da studi sperimentali ben strutturati”, su un numero adeguato di persone e con risultati riproducibili.

Al Mario Negri, continua Garattini, “abbiamo voluto sentire i pareri di tutti coloro che hanno competenza e conoscenza su questo capitolo e possono suggerire cosa fare di utile. Porre la questione è già un passo avanti. Senza pregiudizi. Sul fronte politico – osserva lo scienziato – il problema non dovrebbe esistere. Qui si parla di efficacia terapeutica e di prodotti che dovrebbero passare attraverso le solite vie regolatorie ed essere sottoposti all’Aifa. Ci auguriamo di poter avere raccomandazioni da dare alle autorità competenti, che sono quelle che devono provvedere”. C’è poi un altro aspetto che va indagato ed è quello di eventuali disordini d’uso: “Essendoci un vasto spettro di indicazioni teoriche, ma scarsa documentazione scientifica, ci troveremo in molti casi in condizione di avere degli usi non appropriati – ragiona Garattini – C’è da fare molto per scremare tra le tante informazioni esistenti, spesso aneddotiche e non ottenute secondo le regole degli studi clinici controllati“. Oggi, prosegue, la legislazione “ha messo a disposizione delle farmacie l’infiorescenza di cannabis, che è quella che poi viene utilizzata. Facendo bollire un’infiorescenza si somministrano Thc e cannabidiolo in quantità che vengono determinate, ma poi ci sono circa 50-60 cannabinoidi presenti in questi preparati e molte altre sostanze chimiche di cui non sappiamo niente”. Di solito, sottolinea, “un farmaco si approva sulla base di uno, o due principi attivi se è un’associazione. Qui si usa un estratto di una pianta”.
La cannabis terapeutica che “oggi i medici possono prescrivere sotto la loro responsabilità è ancora in un limbo poco chiaro”, aggiunge Enrico Davoli, tossicologo ambientale, a capo del Laboratorio di spettrometria di massa del Mario Negri. “In letteratura – riflette – ci basiamo sulle evidenze, e in questo campo sono ancora abbastanza deboli e confuse. Ci sono diversi ‘case report’ che mostrano un’efficacia molto buona, ma bisogna cercare di purificare e capire con precisione gli ambiti in cui è provata con rigorosi trial clinici”.

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