DALLA CLINICA DELLE DIPENDENZE ALLA CLINICA DELLE RELAZIONI

data di pubblicazione:

18 Aprile 2017

medico pazienteSul nuovo numero di Mission, il periodico di FederSerd, l’editoriale del direttore della rivista, Felice Nava, fa il punto sulle trasformazioni che, investendo il mondo delle dipendenze, hanno modificato anche il modo di lavorare dei professionisti delle dipendenze. Cambiamenti che hanno riguardato sia le conoscenze scientifiche sulle dipendenze da sostanza, sia gli stili di consumo che i bisogni di utenti e famiglie. Il complesso di queste trasformazioni ha reso necessario, per i professionisti del settore, l’adozione di un approccio che non può più in alcun modo prescindere dal lavoro sulla relazione. Non solo: secondo Nava, la centralità del lavoro sulla relazione, il valore della relazione tra professionista-paziente, cambia il modo di operare dei Servizi. Dalla clinica delle dipendenze si passerebbe così, in questa proposta, alla clinica delle relazioni. Nelle parole di Nava, “Ma cosa è successo? Semplicemente le dipendenze si sono strutturate come qualcosa di ben più complesso di una semplice malattia e hanno sempre di più preso il volto di un fenomeno articolato nel quale gli effetti delle sostanze vanno ben oltre i disturbi comportamentali o viceversa il concetto con cui quest’ultimi possono spiegare i consumi. Gli studi neurobiologici hanno da poco anche messo in evidenza che le sostanze possono alterare più di un “semplice” circuito neuronale, e sono in grado, in alcuni casi, di determinare una alterazione, anche simultanea, di molteplici aree cerebrali, così come farebbe una alterazione dello stato di coscienza. In questo senso il prodotto comportamentale delle dipendenze patologiche non sarebbe soltanto il craving, cioè il desiderio incoercibile di utilizzare una sostanza, ma sarebbe un qualcosa di più complesso dove in gioco vi sarebbe anche “la coscienza”, intesa come la parte cognitiva non sempre cosciente della persona alle conseguenze negative dell’uso. Le dipendenze patologiche diventerebbero allora una alterazione della capacità del cervello di percepire il piacere, tanto da influenzare la consapevolezza (intesa come reazione cognitiva non sempre cosciente) dell’individuo sulle conseguenze dell’uso e portare la persona ad un attaccamento patologico nei confronti delle sostanze.

In maniera ancora più complessa, in questi anni abbiamo assistito nell’ambito delle dipendenze patologiche ad un altro cambiamento di scena. Alla possibilità che la dipendenza patologica non fosse più una malattia dall’eziopatogenesi sconosciuta, ma riconoscesse le sue radici nei disturbi dell’attaccamento e del trauma. Cambiamenti che potremmo definire epocali, in quanto suffragati dalle evidenze scientifiche e dagli studi di neuroimaging, e che potrebbero segnare una svolta importante nell’approccio alla clinica delle dipendenze.

(…) Un cambiamento di passo che trasformerebbe la clinica delle dipendenze in una “clinica della relazione”, dove il professionista dovrebbe possedere, nel suo insieme, competenze tecnico-scientifiche, empatiche e relazionali. Sarebbe come dire che l’”operatore delle dipendenze” dovrebbe essere qualcosa di più del semplice professionista che conosce gli strumenti e la tecnica. Dovrebbe cioè essere il professionista della relazione, in un contesto dove la relazione diventa cura. È con la relazione che il l’”operatore delle dipendenze” diventa terapeuta ed entra in una dimensione di cura, trasformando il “paziente malato” a “persona che vive la malattia”.

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