FAME E BEVANDE ALCOLICHE

data di pubblicazione:

13 Febbraio 2017

rivista Nature CommunicationsEmanuele Scafato commenta uno studio condotto da alcuni ricercatori del Francis Crick Institute (Londra)  che ha stabilito un collegamento tra le cellule nervose che regolano la fame e le bevande alcoliche.

Chi ha come obiettivo la perdita di peso o il mantenimento di quello attuale, tutto dovrebbe fare, fuorché alzare il gomito. Mi arrivano ogni giorno segnalazioni a dir poco imbarazzanti che riferiscono tesi di merito relative a birra, vino e presunte proprietà miracolose di dimagrimento e, addirittura, di equivalenza tra l’uso di alcol e ore di attività fisica spese nello sforzo di perdere peso. Alcune segnalazioni, in effetti diffuse sul web nei siti più o meno noti, si spingono a consigliare di «eliminare l’alcol e la birra, mentre invece potete continuare a bere vino». Altre fanno riferimento a documenti di consenso di gruppi di ricercatori di cui spesso, quasi sempre, o è arduo reperire una dichiarazione di assenza di conflitti d’interesse oppure è evidente, alla verifica sulle fonti originali, la manipolazione in chiave sensazionalistica dei risulti scientifici e dei commenti degli autori.

La realtà è che se da un la comunità scientifica ha regole ben precise per giungere ad affermazioni condivise, dall’altra il semplice buon senso basato su un’informazione semplice, oggettiva, sempre aderente alle evidenze scientifiche e della ricerca, ci ricorda che l’alcol è una sostanza calorica con sette chilocalorie per grammo che fanno di un bicchiere medio di qualunque bevanda alcolica (che contiene 12 grammi di alcol) una componente non indifferente nell’introito calorico giornaliero. È facile calcolare che un semplice bicchiere ai pasti (a pranzo e a cena) determina l’introito di oltre 5400 chilocalorie. In alcuni casi si possono raggiungere e superare le circa 7000 chilocalorie, che si traducono in un chilogrammo di peso, se non smaltite con adeguato esercizio fisico.
Sono calorie in più «vuote», come si diceva negli anni ’80, inutili per l’organismo, in quanto non legate a una proprietà nutriente (come nel caso di proteine, grassi e carboidrati). Che ci possa essere qualcuno che possa consigliare di bere per dimagrire, francamente, non è il massimo per chi sa che il sovrappeso lo si combatte con stili di vita salutari che prevedono una restrizione calorica e un incremento del dispendio energetico quale quello derivante dall’esercizio fisico. Questo perché, come dimostrato da una ricerca pubblicata sulla rivista Nature Communications, più si beve, maggiore è il rischio che il passo successivo sia rappresentato dal consumo di cibo.

I ricercatori del Francis Crick Institute (Londra) sono arrivati a dimostrare quanto appena detto somministrando per tre giorni a dei topi dosi di vino corrispondenti al quantitativo di una bottiglia e mezzo di vino. Come conseguenza, gli animali hanno aumentato la richiesta di cibo. I colleghi non si sono limitati all’osservazione, ma hanno motivato il riscontro. L’etanolo si è infatti confermato in grado di stimolare il senso del gusto, agendo sui neuroni oressigeni Agrp (che stimolano la fame) in maniera superiore alla norma. La conferma è giunta dal secondo passaggio dell’esperimento, consistente nella somministrazione di un farmaco che ha annullato i segnali inviati dai neuroni dell’appetito. Risultato? I neuroni sono tornati a consumare quantità di cibo nella norma. Nessun eccesso, nessun improvviso desiderio nascente dalla gola. Secondo i ricercatori, capire come l’alcol cambia il corpo e il nostro comportamento potrebbe essere utile nel gestire l’obesità, e chi beve dovrebbe sapere che è a maggior rischio di abbuffarsi quando beve. Quanto finora accennato conferma in maniera scientifica che le molecole di alcol etilico influenzano sostanze come la grelina, coinvolte nei meccanismi di controllo del senso di sazietà. Un aspetto che si aggiunge a quello che vede le bevande alcoliche come uno dei maggiori apportatori di chilocalorie nella dieta.
La letteratura scientifica ci dice – non servono ulteriori conferme – che dopo aver assunto alcol l’uomo è portato a ingerire alimenti ricchi in carboidrati e/o di scarsa qualità: snack, dolci e salati, panini, pasta e pizza. Né insalate, né pesce arrosto. Ciò spiega perché molte persone mangiano di più quando bevono. Attenzione dunque all’«effetto aperitivo»: la conseguenza potrebbe essere un indesiderato aumento del giro vita.

Il messaggio veicolato dallo studio è importante anche per tutti quei ragazzi avvezzi alla pratica del «binge drinking». La pratica del bere eccessivo episodico e ricorrente, non sempre accompagnato dalla compulsività nel suo avvio, mette in immediato pericolo la salute e la sicurezza per gli inevitabili effetti acuti legati alla perdita di controllo, all’abbassata percezione del rischio, alla perdita dei riflessi, dell’orientamento, della coordinazione e dell’integrità psico-fisica che sono le cause vere della prima causa di morte tra i giovani in Italia per incidente causato dall’alcol alla guida incidenti stradali. L’abitudine protratta nel tempo produce effetti cronici, con possibili danni multiorgano (fegato e cervello i più vulnerabili), con steatosi epatica che evolve in epatite alcolica e cirrosi in tempi ben più precoci che in passato e danni cerebrali tipici della perdita dei neuroni deputati alla memoria necessaria all’orientamento nello spazio. Se poi aggiungiamo la comparsa di temibili disturbi alimentari, su tutti l’anoressia,la bulimia e la «drunkoressia», il quadro non è tra i più incoraggianti.

Il problema dell’alcol per i giovani è reale. Il 17% di tutte le intossicazioni alcoliche registrate nei Pronto Soccorso in Italia è a carico di ragazzi e ragazze con meno di 14 anni e una ragione c’è. Al di sotto dei 21 anni, l’organismo non ha maturato la capacità tipica dell’adulto di demolire l’alcol. Essendo carente l’attività dell’enzima alcoldeidrogenasi – che è prodotto nel fegato proprio al fine di disintossicare l’organismo dalla sostanza tossica etanolo, contenuto in quantità variabili in tutte le bevande alcoliche – l’alcol circola immodificato nell’organismo agendo direttamente sulle strutture più vulnerabili, le membrane cellulari di cervello e fegato, provocando il danno di cui si è già accennato. A peggiorare la già negativa circostanza c’è l’immaturità del cervello e la sua vulnerabilità nel periodo che va dai 12 ai 25 anni all’effetto di alcol e sostanze con interferenza sul rimodellamento delle funzioni e delle parti del cervello che in questo periodo fanno evolvere la capacità cognitiva da una fase infantile e adolescenziale emotiva a quella dell’adulto «sapiens», razionale garantita dallo sviluppo della corteccia prefrontale del cervello che trasforma la persona adulta in modalità, più opportunamente capace di percepire adeguatamente il rischio, di modulare le emozione di attivare il controllo «drunkoressia» tipico di un età non legata alla modalità emotiva e impulsiva prevalente nell’infanzia e nell’adolescenza in virtù della prevalenza delle parti laterali del cervello. L’alcol interferisce su questo processo di maturazione e cristallizza la cognitività e il comportamento in una fase che la natura provvede a far evolvere in un senso di maggiore responsabilità e capacità adeguata di reazione agli stimoli esterni.

Il bere eccessivo può condurre alla «drunkoressia»
, problema che affligge prevalentemente le giovani donne e le ragazze, sicuramente più vulnerabili dell’uomo all’alcol, portandole ad assumere quantità sempre crescenti di alcol e ad abolire l’introduzione di qualunque altro nutriente, determinando una grave forma di doppia dipendenza dall’alcol e da una forma di anorressia mentale, condizioni nelle quali oggi in Italia versano oltre seimila giovani donne con scarse o nulle possibilità di recupero. La causa di una così diffusa abitudine al bere in età giovanile, contravvenendo alle norme che vietano vendita e somministrazione di bevande alcoliche ai minori, è sicuramente culturale e sociale, indotta dai media, dal marketing e dalle pubblicità ma anche alle sensazioni che il bere genera in particolare beni più giovani, una generazione chimica, che lega l’uso di alcol, ma anche di sostanze illegali come la cannabis, la cocaina, le nuove droghe sintetiche, gli psicofarmaci, agli effetti che si desidera conseguire, all’inizio di piacere che, in seguito e in maniera subdola, proprio in virtù dell’esigenza di raggiungere quelle «sensazioni», esige necessariamente quantità maggiori per un fenomeno di «sensazioni», di perdita di risposta verificabile anche con i farmaci.
L’alcol, al netto di vantaggi o benefici che chiunque e a qualunque titolo possa anche correttamente riportare, non giova mai alla salute e se si sceglie di bere è opportuno che tale abitudine sia basata su scelte informate, anche per il piacere che si può ricercare in quantità che non eccedano le linee guida per una sana alimentazione (non più di un bicchiere – 12 grammi di alcol – per le donne e gli anziani, non più di 2 per un uomo, zero al di sotto dei 18 anni – se si vuole rispettare la legalità , 21-25 anni se si vuole rispettare il proprio sviluppo cerebrale). Il messaggio «meno è meglio» rifugge l’identificazione di soglie perché non esistono quantità che non nuocciano alla salute ma solo evidenze che a qualunque quantità, anche in funzione di una estrema variabilità individuale, è registrabile un rischio che cresce al crescere delle quantità. Se poi si decide di fare prevenzione oncologica, il Codice Europeo contro il Cancro ci suggerisce che non bere è la scelta migliore.

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