APAC: IL CARCERE SENZA CHIAVI DA CUI NESSUNO FUGGE

data di pubblicazione:

12 Gennaio 2017

apacPresentata al Meeting di Rimini l’esperienza degli istituti di pena più rivoluzionari del mondo: strutture senza sbarre né guardie carcerarie, in cui gli stessi internati (chiamati recuperandi) gestiscono la vita comune. In oltre 40 anni di vita, non c’è stata una sola rivolta, nessun caso di corruzione e la recidiva di chi esce è crollata dall’85 al 15%.

Apac-Associazione di protezione e assistenza ai condannati sono i centri di recupero per detenuti brasiliani “inventati” nel 1972 da un avvocato, Mario Ottoboni, e diventati oggi 147 in tutto il paese per una popolazione di 3500 “ospiti”.
Oasi di speranza per chi l’aveva persa, in un paese che conta 600mila detenuti e un tasso di recidiva tra i più alti al mondo, che sfiora l’85%, venti punti in più della media mondiale.
Le Apac stravolgono il concetto stesso di prigione: si basano infatti sul riconoscimento di aver commesso un errore e sulla decisione di cambiare, sono carceri senza sbarre e senza guardie, senza armi né corruzione
Le Apac non sono solo un modello di recupero dei detenuti, ma anche un’alternativa reale di espiazione della pena, spiega Fabrizio Pellicelli di Avsi, la ong italiana partner del progetto in Brasile, «non ci sono né guardie né agenti penitenziari, i “recuperandi” hanno le chiavi della prigione e spesso sui muri si legge “l’uomo non è il suo errore”. Tutto si basa sull’autodisciplina, sulla fiducia e sul rispetto».

In queste piccole strutture – più simili a comunità che a prigioni – si studia e si lavora, ci si aiuta vicendevolmente, e si svolgono perfino ritiri spirituali. La recidiva di chi esce da un Apac è inferiore al 15%, nessuna rivolta in 44 anni, nessun caso di corruzione o spaccio di droga, tentativi di fuga che si contano sulle dita di una mano.

E in Italia, a Rimini, i responsabili di Apac hanno incontrato quelli dell’associazione papa Giovanni XXIII, con cui «c’è stata molta sintonia». Una strada percorribile sarebbe quella di aprire anche da noi comunità simili alle Apac, con il coinvolgimento del terzo settore, promuovendo la realizzazione delle pene alternative. «È la strada che abbiamo percorso in Brasile», conclude Valeci Antonio Ferreira. «Piccoli passi, grandi risultati. Se dare le chiavi delle celle ai detenuti poteva sembrare una follia assoluta, vedere che invece la cosa funzionava ha convinto anche i più scettici. Mi auguro che possa succedere lo stesso anche in Italia».

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