La recente scomparsa di Alessandro Margara, magistrato ed ex direttore del D.A.P., ha provocato dolore e cordoglio in una parte importante dell’associazionismo italiano legato principalmente, ma non solo, al carcere. Margara ha infatti speso tutta la sua lunga attività professionale per affermare i diritti sociali e di cittadinanza non solo dei detenuti, ma di tutte le fasce deboli e marginali. Sandro Margara era nato a Massa il 23 giugno 1930 ed era entrato in magistratura nel 1958. E’ stato giudice istruttore a Ravenna dal ’61 al ’65, e poi a Firenze dal ’65 al ’76. Da quell’anno ha cominciato a dedicare il suo sapere e la sua umanità ai detenuti.
Dal ’76 all’80 è stato magistrato di sorveglianza a Bologna, poi fino al 1997 a Firenze. La riforma dell’ordinamento penitenziario del 1986, più nota come legge Gozzini, è dovuta al suo impegno e alla sua profonda convinzione che una società civile debba «farsi carico del detenuto, interessarsi a lui, cambiare le oggettive condizioni del suo agire». Nel 1997 il ministro della giustizia Giovanni Maria Flick lo nominò direttore generale del Dipartimento della amministrazione penitenziaria. Il primo aprile ’99 il nuovo ministro, Oliviero Diliberto, non lo confermò. Margara volle rientrare al tribunale di sorveglianza di Firenze, che aveva guidato per molti anni, con le funzioni di semplice magistrato. In pensione dal 24 giugno 2002, per quasi 10 anni ha presieduto la Fondazione Giovanni Michelucci di Fiesole e dal 2011 al 2013 è stato il garante dei detenuti della Regione Toscana.
Fra le tante testimonianze e ricordi legati alla sua figura, si è selezionato l’intervento di Carmelo Musumeci dell’ass. Ristretti Orizzonti. “Sulla morte di Alessandro Margara, famoso magistrato di sorveglianza, hanno scritto e parlato molte persone importanti, adesso che è passato qualche giorno voglio dire qualcosa anch’io. Frequento le nostre Patrie Galere dal lontano 1972. L’ho incontrato in diverse carceri della Toscana prima come magistrato di sorveglianza e dopo come presidente del tribunale di sorveglianza di Firenze.
Diventato Capo dell’amministrazione penitenziaria, mi ero rivolto direttamente a lui per fare cessare la mia “deportazione” in Sardegna e s’era subito attivato per farmi trasferire in un carcere vicino casa per farmi incontrare più facilmente i miei giovani figli. Gli avevo scritto: “L’Amministrazione penitenziaria non rispetta un bel niente! È una struttura diabolica, è un Dio in terra e fa come gli pare, se gli pare e quanto gli pare. Mi creda i trasferimenti lontano da casa sono la tortura delle torture, spesso in carcere si soffre di più per la lontananza dalla famiglia che per la mancanza di libertà. Mi permetto, per documentarla, di allegarle copia di un mio esposto e ricorso al Tar”.
In carcere Alessandro Margara è sempre stato una specie di leggenda (un po’ come Marco Pannella) e molti prigionieri facevano a gara per fare le domande di trasferimento nel carcere dove lui operava. Su di lui nei cortili dei passeggi dei carceri si raccontano tante storie. Non so se sono tutte vere, si sa, i detenuti ingigantiscono le cose, ma su alcune sono stato da testimone diretto e in altri casi li ho sentiti con il passaparola. Ecco alcune sue famose frasi che i detenuti dicono di avere ascoltato da lui nei vari incontri e colloqui che concedeva ai detenuti, e non solo, anche ai loro familiari. “È ovvio che quando i detenuti dicono “io non centro” mentono, ma dietro questa bugia si cela il reale autoconvincimento di essere innocenti. È un guaio: la pena produce innocenza e quindi il detenuto non riconosce la necessità di un percorso di reinserimento”. “Penso che un magistrato di sorveglianza che concede molti permessi premio o pene alternative ha meno probabilità di sbagliare di chi li concede con il contagocce.” “L’applicazione rigida, letterale e categorica della legge rischia di danneggiare persone segnate da profonda sofferenza e sicuramente recuperabili con altri metodi perché la giustizia da sola, senza l’amore sociale, fa più danno che altro”.
“Spesso in carcere in nome della sicurezza si tocca il fondo e le varie restrizioni che s’inventano producano rabbia e odio verso le persone che rappresentano le istituzioni.” “In carcere purtroppo si commettano molti reati in nome della legge o dietro lo scudo della legge.” “Un giudice dovrebbe lavorare per la giustizia e non per la legge perché le leggi possono essere giuste o sbagliate, la giustizia invece dovrebbe essere come l’amore sociale, dovrebbe fare solo bene.” “Uno Stato di diritto che rinunciasse alle garanzie di libertà e civiltà, fondando l’interpretazione della legge sul sentimento popolare finirebbe per rinunciare al diritto”.
Si racconta che di sua iniziativa andava a scovare i detenuti nelle celle di punizione che non facevano la “domandina” per parlare con lui.”