AIDS. L'ALLARME ALLA CONFERENZA DI DURBAN

data di pubblicazione:

5 Agosto 2016

UNAIDSRiprende a salire il numero dei nuovi casi, dopo uno stallo di 5 anni che aveva fatto ben sperare.
Il numero dei nuovi casi di infezione da HIV tra gli adulti ha ripreso ad aumentare. In maniera preoccupante nell’Europa dell’est e in Asia centrale, dove ha fatto registrare un +57% dal 2010. E mentre l’offerta di terapia antiretrovirale sta raggiungendo finalmente un numero sempre più alto di pazienti (17 milioni nel 2015), la prevenzione fa registrare dei ‘buchi’ spaventosi. Metà di quanti hanno contratto l’infezione da HIV non è neppure consapevole del proprio stato.

IL RAPPORTO UNAIDS

L’allarme gli esperti lo avevano lanciato da tempo. Ma adesso anche i più scettici devono fare i conti con l’evidenza. Dopo una significativa riduzione dei nuovi casi di AIDS, pari al 40% dal momento ‘zenith’ del 1997, da almeno 5 anni il numero delle nuove infezioni si era stabilizzato nella maggior parte dei Paesi. Ma adesso si sta registrando un trend in risalita in diverse regioni del mondo. E’ quanto rivela il nuovo rapporto dell’UNAIDS, (Prevention gap report) presentato all’ultimo congresso di Durban, che indica come a fronte dei successi della prevenzione che hanno portato a ridurre di oltre il 70% i nuovi casi nei bambini a partire dal 2001, negli adulti ci si è assestati su una posizione di stallo. Di qui l’invito a potenziare le iniziative di prevenzione in questa fascia d’età.

Secondo questo rapporto, tra gli adulti, negli ultimi 5 anni si sono registrati 1,9 milioni di nuovi casi l’anno di infezione da HIV, ma in alcune regioni il numero delle infezioni ha ripreso a salire. E’ dunque chiaro che se si vuole continuare a perseguire l’obiettivo di eradicare la malattia entro il 2030, è il caso di rimboccarsi le maniche. In particolare, a preoccupare gli esperti sono i dati relativi ad Europa dell’Est e Asia centrale dove dal 2010 al 2015 le nuove infezioni da HIV sono aumentate del 57%. Anche nella regione caraibica, dopo anni di riduzione costante, l’HIV ha rialzato la testa facendo segnare un aumento annuale del 9% dei nuovi casi di infezione; e, anche se in misura più contenuta, la stessa cosa sta accadendo in Medio Oriente, in Nord Africa, (+4% l’anno) e in America Latina (+2%).

“Abbiamo lanciato l’allarme – afferma Michel Sidibé, direttore esecutivo dell’UNAIDS – perché di fronte ad un aumento dei nuovi casi, l’epidemia rischia di andare fuori controllo. Il mondo deve saperlo e prendere provvedimenti immediati per eliminare questo gap di prevenzione”.

Dall’inizio dell’epidemia, ormai 35 anni fa, L’AIDS ha fatto almeno 35 milioni di morti nel mondo e 78 milioni di persone hanno contratto l’infezione. Nel 2014, il 35% delle nuove infezioni si sono registrate tra le categorie a rischio (gay, prostitute, trans, farmacodipendenti, detenuti). Rispetto alla popolazione generale, gli omosessuali e le persone che fanno uso di droghe iniettive presentano un rischio 24 volte superiore di contrarre l’infezione, mentre per le persone dedite alla prostituzione il rischio è aumentato di 10 volte, ma per i transgender il rischio di infezione è maggiorato di ben 49 volte; nei detenuti infine il rischio è aumentato di 5 volte.

La terapia antiretrovirale può avere un impatto determinante nella prevenzione dei nuovi casi.
Secondo il rapporto dell’UNAIDS, attualmente solo poco più della metà (57%) delle persone con infezione da HIV è consapevole del proprio stato , il 46% delle persone con infezione da HIV ha accesso alla terapia antiretrovirale e solo il 38% è in uno stato di soppressione virale che consente loro di vivere in salute e di non correre il rischio di trasmettere ad altri l’infezione. Cifre ancora molto lontane dai target UNAIDS 90-90-90 (stato di infezione noto nel 90% delle persone infette, accesso al trattamento antiretrovirale per il 90% delle persone con infezione nota, raggiungimento del target di soppressione virale nel 90% dei trattati).

Obiettivi da raggiungere ancora lontani e casi in aumento potrebbero essere dovuti al fatto che le donazioni stanno scemando, avendo raggiunto i livelli più bassi dal 2010 (i contributi internazionali sono passati a 9,7 miliardi di dollari nel 2013 a 8,1 miliardi nel 2015). Le nazioni a basso e medio reddito stanno cercando di compensare questa fuga di fondi; nel 2015 ad esempio il 57% dei finanziamenti totali per l’AIDS, pari a 19,2 miliardi, è stato coperto da fondi nazionali. C’è anche tuttavia chi continua ad essere un punto fermo nelle donazioni internazionali; gli Stati Uniti ad esempio hanno annunciato il lancio di un fondo di investimento per le popolazioni a rischio pari a 100 milioni di dollari.
Ma tanto resta ancora da fare. Attualmente ad esempio solo un dollaro su 5 di quelli donati viene investito in prevenzione.

Il rapporto fa anche un’analisi precisa della traiettoria delle nuove infezioni, dei luoghi e le popolazioni più colpite, delle aree nelle quali è necessario fare investimenti più mirati per la prevenzione dell’HIV. Ad esempio, nelle regioni dell’Africa orientale e del sud, tre nuove infezioni su 4 nella classe d’età 10-19 si registrano tra le ragazze adolescenti; a loro viene spesso negata la possibilità di accedere ai servizi anti-HIV, per questioni di stigma, violenza, sottomissione. Ma nel 2014, solo il 57% delle nazioni che prendono parte al rapporto UNAIDS, hanno presentato delle strategie anti-HIV con un budget espressamente dedicato alle donne. E in tutto il mondo solo 3 donne su 10, nella fascia d’età 15-24 anni ha una conoscenza precisa di cosa sia l’AIDS. Per questo, gli esperti ritengono che riuscire a raggiungere con programmi di prevenzione ad hoc adolescenti e giovani donne soprattutto nella fascia dell’Africa sub-sahariana potrebbe rappresentare un fattore chiave per arrestare l’epidemia.

Nell’Europa dell’est e in Asia centrale, il 51% delle nuove infezioni si registra invece tra le persone che fanno uso di droghe iniettive, nella comunità omosessuale, tra le prostitute e i loro partner. Anche in questo caso, difficilmente i servizi pubblici investono in programmi dedicati a queste categorie di persone.

In Europa centrale e occidentale, come in nord America infine, circa la metà dei nuovi casi di infezione da HIV si registra tra i maschi gay; si investe molto in prevenzione con programmi mirati a questa categoria di persone, ma i risultati non sono soddisfacenti; al punto che tra il 2010 e il 2014 i nuovi casi di infezione sono aumentati del 17% in Europa occidentale e centrale e dell’8% in nord America.

L’UNAIDS invita dunque ad adottare un approccio di prevenzione ‘locale’ e mirato alle diverse popolazioni a rischio, seguendo i 5 pilastri della prevenzione: programmi mirati per adolescenti giovani donne e i loro partner nelle regioni ad elevata prevalenza; servizi dedicati alle popolazioni chiave in tutte le nazioni; rafforzare i programmi di utilizzo di condom; nelle nazioni più a rischio, che siano volontari medici a praticare la circoncisione; PeEP per le popolazioni a maggior rischio di infezione da HIV.
“Investire in prevenzione – afferma Sidibé – è l’unico modo per assicurarci di raggiungere il prossimo grande traguardo: una cura o un vaccino”.

Secondo i dati del rapporto, raccolti da oltre 160 nazioni, c’è dunque ancora molta strada da fare, ma non mancano i segnali positivi: nel 2015 ad esempio hanno avuto accesso alla terapia antiretrovirale 17 milioni di persone, il doppio rispetto al 2010 e 22 volte tanto rispetto al 2000.

Nel mondo vivono attualmente 36,7 milioni di persone con infezione da HIV; di queste 34,9 milioni sono in età adulta (17,8 milioni sono le donne) e 1,8 milioni sono bambini. I nuovi casi nel 2015 sono stati 2,1 milioni e i decessi correlati all’AIDS 1,1 milioni (di cui 100.000 tra i bambini).

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