Il razzismo come fattore determinante nell’evoluzione dell’HIV

Non si tratta di semplici pregiudizi individuali, bensì di un vero e proprio razzismo strutturale che modella la società.

Il razzismo rappresenta un fattore trainante centrale e persistente nelle epidemie globali di HIV, che nel caso del Brasile in particolare colpisce in modo sproporzionato le comunità nere (Preto), di etnia mista (Pardo) e indigene. Da oltre quarant'anni, queste popolazioni registrano un accesso iniquo alla prevenzione e alle cure, nonché tassi di mortalità più elevati per complicazioni legate all'AIDS rispetto alle persone bianche.

data di pubblicazione:

6 Settembre 2026

Uno dei temi discussi alla26ª Conferenza Internazionale sull’AIDS (AIDS 2026) che si è tenuta a Rio de Janeiro, è stato quello del razzismo e delle sue conseguenze nella diffusione del virus HIV.
Il razzismo rappresenta un fattore trainante centrale e persistente nelle epidemie globali di HIV, che nel caso del Brasile in particolare colpisce in modo sproporzionato le comunità nere (Preto), di etnia mista (Pardo) e indigene. Da oltre quarant’anni, queste popolazioni registrano un accesso iniquo alla prevenzione e alle cure, nonché tassi di mortalità più elevati per complicazioni legate all’AIDS rispetto alle persone bianche.
I relatori del panel hanno sottolineato come non si tratti di semplici pregiudizi individuali, bensì di un vero e proprio razzismo strutturale che modella la società. Il relatore Thiago Jerohan Albuquerque da Cruz ha definito chiaramente questo fenomeno spiegando che il razzismo è un’organizzazione strutturale del potere nella nostra società.
Cruz ha inoltre contestato il mito della democrazia razziale o della meritocrazia in Brasile, che viene spesso riassunto nell’idea illusoria secondo cui, poiché tutti sono meticci, allora tutti sono uguali, scontrandosi tuttavia con dati che mostrano una netta stratificazione sociale, economica e sanitaria a scapito delle minoranze.
Su questa stessa linea, la dottoressa Oni Blackstock ha rafforzato il concetto, definendo il razzismo strutturale come un sistema di potere e oppressione, di vantaggio e svantaggio, che va ben oltre il solo pregiudizio razziale.
Questo quadro di disuguaglianza sistemica è storicamente legato alle dinamiche coloniali, come evidenziato dal professor E. Roberto Orellana, il quale ha spiegato che non si può parlare di razzismo senza parlare di colonialismo e di come queste due cose si intersechino. Orellana ha inoltre denunciato l’invisibilità statistica dei popoli nativi, affermando che la mancanza di dati accurati sulle popolazioni indigene a livello globale fa parte di un progetto di colonialismo di insediamento ancora in corso, in cui i popoli indigeni vengono semplicemente considerati come non esistenti.
L’impatto di queste barriere strutturali si traduce in disparità sanitarie gravissime e misurabili. La dottoressa Paula Luz ha illustrato questa asimmetria analizzando l’adozione della profilassi pre-esposizione (PrEP) in Brasile, dove a fronte di una popolazione nera e “Pardo” che rappresenta il 64% dei nuovi casi di HIV, solo il 45% degli utilizzatori di PrEP appartiene a questo gruppo.
Luz ha sintetizzato la situazione affermando significativamente che le persone che accedono alla PrEP non sono le persone che contraggono l’HIV.
Le minoranze mostrano inoltre tassi più alti di interruzione precoce dei trattamenti e una minore aderenza terapeutica. Un vasto studio condotto su oltre 28 milioni di brasiliani ha svelato che il rischio di morte per complicanze legate all’AIDS è più che raddoppiato per le donne nere rispetto alle donne bianche, un divario che sale a oltre sette volte quando si cumulano gli effetti intersecati di razza, povertà estrema e bassa scolarizzazione. Una dinamica simile si riscontra negli Stati Uniti, dove la popolazione nera costituisce il 13% del totale ma rappresenta circa il 40% delle nuove diagnosi di HIV, concentrate soprattutto tra gli uomini gay e bisessuali neri.
Di fronte a questa realtà, gli esperti concordano sul fatto che l’accesso universale e gratuito alle cure mediche, pur presente in Brasile dal 1996, non sia da solo sufficiente a scardinare disuguaglianze così profonde. La dottoressa Luz ha proposto un cambio di prospettiva fondamentale, spiegando che il supporto socioeconomico è essenziale per sostenere l’impegno nella cura dell’HIV e che un intervento davvero efficace contro l’HIV potrebbe non essere affatto un intervento medico sull’HIV, ma piuttosto un programma di protezione sociale capace di rimodellare l’ambiente economico in cui sono radicate le vulnerabilità al virus.
A riprova di ciò, il programma di trasferimento monetario condizionato Bolsa Família ha ridotto i casi di AIDS del 41% e i decessi del 39% tra le famiglie beneficiarie. Luz ha concluso evidenziando che la risposta all’HIV è disuguale per progettazione e non per caso. Per scardinare questo disegno discriminatorio, Blackstock ha invitato ciascuno ad agire attivamente contro il razzismo nei propri sistemi di appartenenza e a reindirizzare le risorse verso le comunità emarginate, mentre Cruz ha richiamato l’urgenza di creare spazi di dibattito dedicati al tema, lamentando la scarsità di occasioni di confronto persino all’interno delle grandi conferenze scientifiche.
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