L’AI come principale interlocutore tra gli adolescenti

un chatbot come amico

Un fenomeno in rapida crescita che apre interrogativi sul ruolo dell’intelligenza artificiale nella salute mentale.

data di pubblicazione:

30 Agosto 2026

Per un numero crescente di adolescenti e giovani adulti, il primo interlocutore quando arrivano ansia, tristezza o difficoltà emotive non è più necessariamente una persona, ma un chatbot. Così si legge su un articolo riportato su Mohre. Niente sala d’attesa, nessun giudizio e una risposta disponibile anche nel cuore della notte. Un fenomeno in rapida crescita che apre interrogativi sul ruolo dell’intelligenza artificiale nella salute mentale.

A fotografarlo è un nuovo studio pubblicato su JAMA Pediatrics e condotto da Ryan K. McBain della RAND Corporation insieme ad altri ricercatori. L’indagine ha coinvolto 1.009 statunitensi tra i 12 e i 21 anni. Nel 2024 era circa uno su otto a dichiarare di aver utilizzato l’intelligenza artificiale per ricevere consigli sulla propria salute mentale. Nel 2025 la percentuale è salita al 19,2%, quasi un giovane su cinque. Tra gli utilizzatori, il 42,8% ricorre al chatbot almeno una volta al mese, mentre il 10,8% lo fa ogni settimana e il 5,8% quasi quotidianamente. E il giudizio sull’esperienza è sorprendentemente positivo: il 91,7% considera i consigli ricevuti utili.

Ma dietro il successo dello strumento c’è un elemento che preoccupa i ricercatori: la segretezza. Il 63,3% dei giovani non ha raccontato a nessuno di aver utilizzato un chatbot per parlare della propria salute mentale. Quando lo fanno, ne parlano soprattutto con un amico, mentre soltanto una minoranza coinvolge un genitore, un insegnante o un medico.
L’utilizzo non è uniforme. Le ragazze hanno una probabilità circa doppia rispetto ai ragazzi di rivolgersi all’AI per questioni psicologiche e il ricorso cresce significativamente con l’età. Anche le differenze tra gruppi etnici risultano marcate: ragazzi afroamericani hanno una probabilità oltre cinque volte superiore, rispetto ai coetanei bianchi.

Il chatbot, però, non sembra necessariamente sostituire il medico. Tra i giovani che avevano parlato di salute mentale con un professionista nei sei mesi precedenti, la probabilità di utilizzare anche l’AI era quasi doppia. Più che un’alternativa, dunque, potrebbe diventare un ulteriore punto di accesso.
Resta però la domanda decisiva: quanto sono sicuri quei consigli? I chatbot possono offrire conforto e disponibilità immediata, ma non sono psicologi e possono produrre risposte stereotipate o inappropriate, soprattutto davanti a situazioni di crisi.

La prossima sfida della ricerca sarà quindi capire non soltanto quanti giovani utilizzano questi strumenti, ma che cosa ricevono dall’AI e se il suo intervento li avvicina o li allontana dalle cure di cui hanno bisogno.

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