Una prospettiva di genere sulle infezioni virali

l'esempio di HPV E HBV

una politica sanitaria apparentemente neutrale non produce necessariamente risultati uguali ed efficaci

data di pubblicazione:

28 Agosto 2026

Vaccini efficaci e strumenti diagnostici sempre più avanzati non bastano, se la prevenzione non tiene conto delle differenze tra uomini e donne. È una delle questioni al centro della medicina di genere, che considera sesso, genere e organizzazione dei sistemi sanitari come fattori capaci di influenzare il rischio di infezione, l’accesso alle cure e gli esiti delle malattie.

Un articolo di Journal od Sex and gender- specific medicine riporta due dei casi più emblematici che riflettono questa prospettiva.
Il papillomavirus umano (HPV) è l’infezione sessualmente trasmessa più comune al mondo e può provocare diversi tumori, non soltanto il cancro della cervice uterina. Il virus è infatti associato anche a tumori dell’ano, della vulva, della vagina, del pene e dell’area testa-collo. Nel 2022 il tumore cervicale ha fatto registrare circa 660mila nuovi casi nel mondo. Ma anche gli uomini presentano un rischio rilevante: per i tumori orofaringei l’incidenza è quasi cinque volte superiore rispetto alle donne.

Eppure la vaccinazione contro l’HPV è stata a lungo considerata soprattutto una misura di prevenzione femminile. I primi programmi erano rivolti principalmente alle ragazze, con l’obiettivo di ridurre il cancro cervicale. Un’impostazione che ha contribuito a rendere meno evidente il rischio maschile e, in alcuni Paesi, a mantenere più bassa la copertura vaccinale tra i ragazzi.
Negli ultimi anni molti sistemi sanitari hanno adottato la vaccinazione universale, ma le differenze restano. A influenzare l’adesione sono anche le informazioni fornite dagli operatori sanitari, le convinzioni delle famiglie e l’idea che la prevenzione sessuale riguardi soprattutto le donne.

L’epatite B mostra un altro tipo di disuguaglianza. In Italia la vaccinazione universale ha garantito un’elevata protezione nelle generazioni più giovani, ma restano sacche di vulnerabilità, soprattutto tra alcune popolazioni migranti. Anche lo screening può creare differenze: il test durante la gravidanza permette di individuare molte infezioni nelle donne, mentre gli uomini possono arrivare alla diagnosi più tardi.

HPV ed epatite B mostrano dunque due facce dello stesso problema: una politica sanitaria apparentemente neutrale non produce necessariamente risultati uguali. Per puntare davvero all’eliminazione di queste infezioni servono vaccinazioni accessibili a tutti, screening più mirati e dati disaggregati per sesso. La medicina di genere non significa quindi curare diversamente uomini e donne a prescindere, ma capire quando le differenze contano. E usarle per rendere la prevenzione più efficace ed equa.

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