Non imputabilità non significa impunità

"l'emergenza" dei reati commessi da under 14

Barbara Rosina, presidente del Consiglio dell'Ordine degli Assistenti Sociali: «Non imputabilità non significa impunità. Lo Stato interviene già, la domanda è un’altra: quale risposta rende davvero più sicure le nostre comunità?»

data di pubblicazione:

3 Agosto 2026

3L’articolo di Vita mette in discussione la narrazione dell’ondata di “emergenza” legata ai reati commessi dagli under 14, mostrando come i dati ufficiali del Dipartimento per la Giustizia minorile raccontino una realtà molto diversa. Nel 2025 gli infraquattordicenni presi in carico dagli Uffici di Servizio Sociale per i Minorenni (USSM) sono stati 153 su 11.460 minori, pari all’1,3% del totale. Anche considerando i ragazzi entrati nel sistema prima dei 14 anni ma ormai più grandi, la percentuale sale solo all’1,4%. Questi numeri risultano quindi molto contenuti e non giustificano, secondo l’autrice, la richiesta di abbassare l’età dell’imputabilità.

L’articolo evidenzia inoltre che la giustizia minorile italiana privilegia percorsi educativi e misure alternative alla detenzione. I minori vengono seguiti prevalentemente attraverso interventi dei servizi sociali, mentre il carcere rappresenta una soluzione residuale. Nel 2025, infatti, nessun ragazzo sotto i 14 anni era detenuto negli Istituti Penali per i Minorenni, mentre solo sette si trovavano inseriti in comunità.

Secondo Barbara Rosina, presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Assistenti Sociali, la non imputabilità non equivale all’impunità. Quando un minore commette un reato, lo Stato interviene comunque attraverso progetti educativi personalizzati, il coinvolgimento della famiglia, della scuola, dei servizi sanitari e, nei casi più complessi, con il collocamento in comunità. L’obiettivo non è punire, ma ridurre il rischio di recidiva e favorire il cambiamento del ragazzo.

Rosina sottolinea inoltre che non esiste un profilo unico del minore autore di reato: spesso sono presenti fattori di rischio come fragilità familiari, dispersione scolastica, povertà educativa, disagio psicologico o influenza di gruppi devianti. Comprendere questi elementi non significa giustificare il comportamento, ma individuare gli interventi più efficaci. In conclusione, l’articolo sostiene che il dibattito pubblico dovrebbe concentrarsi non sull’inasprimento delle pene o sull’abbassamento dell’età imputabile, ma sul rafforzamento degli interventi educativi e preventivi, considerati gli strumenti più efficaci per garantire sia il recupero dei minori sia una maggiore sicurezza per la collettività.

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