La salute mentale in Etiopia

Qui il modello biomedico occidentale si scontra con le credenze locali sul disturbo mentale

L'ospedale St. Amanuel di Addis Abeba rappresenta ancora il modello del manicomio tradizionale, dove i pazienti vivono in condizioni di internamento sorvegliato, nonostante i difficili tentativi di deistituzionalizzazione promossi dall'OMS.

data di pubblicazione:

26 Luglio 2026

Un articolo disponibile sul sito Salute internazionale esplora la complessa realtà della psichiatria in Etiopia, un paese caratterizzato da una straordinaria diversità etnica e linguistica, ma profondamente segnato da povertà e tensioni storiche. In questo scenario, la salute mentale emerge come una sfida critica: su una popolazione di circa 130 milioni di persone, si stima che 25 milioni soffrano di disturbi mentali, ma meno del 10% riceve un trattamento e meno dell’1% accede a cure specialistiche.
Ad oggi, non esiste una tutela giuridica per i pazienti e il suicidio rimane un fenomeno fortemente stigmatizzato e sottostimato nelle statistiche ufficiali.
Il sistema di cura etiope soffre di gravi carenze strutturali. I servizi sono concentrati nelle aree urbane, risultando inaccessibili per il 79% della popolazione che vive in zone rurali.
Con solo un centinaio di psichiatri in tutto il paese, il sistema sanitario è ulteriormente indebolito dal “brain drain” (fuga di cervelli) verso l’estero.
L’ospedale St. Amanuel di Addis Abeba rappresenta ancora il modello del manicomio tradizionale, dove i pazienti vivono in condizioni di internamento sorvegliato, nonostante i difficili tentativi di deistituzionalizzazione promossi dall’OMS.
Un nodo centrale dell’analisi è il conflitto tra il modello biomedico occidentale e le credenze locali. In Etiopia, la malattia mentale è spesso interpretata come il risultato di possessioni, malefici o conflitti con gli antenati, portando le famiglie a cercare rifugio nell’esorcismo o in pratiche tradizionali.
L’autore dell’articolo Niccolò Ghiotto avverte che l’imposizione di un approccio esclusivamente farmacologico e biologico, se decontestualizzato, rischia di essere oppressivo e alienante, trasformando il paziente in un emarginato sociale senza considerare la sua storia personale.
Per affrontare queste sfide, Ghiotto propone un approccio basato sull’antropologia medica, che permetta di integrare la dimensione biologica della malattia (disease) con l’esperienza soggettiva (illness) e sociale (sickness). Richiamando le lezioni di Franco Basaglia e Frantz Fanon, l’articolo sostiene la necessità di una psichiatria che operi all’interno della comunità per restituire dignità al malato.
Un modello positivo citato è quello di Grégoire Ahongbonon, che ha promosso la riabilitazione psicosociale attraverso il coinvolgimento di utenti esperti, dimostrando che la deistituzionalizzazione è possibile anche in contesti di estrema povertà.
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