Sostanze psicoattive per riti magico- terapeutici e religiosi

In alcune regioni dell'Africa nera queste sostanze vengono applicate attraverso gli occhi

Questa pratica ha lo scopo di far scoprire ai nuovi iniziati i segreti dell'altro mondo nascosti ai comuni mortali e di dimostrare che il neofita è ormai in grado di guardare in faccia la verità senza temerne la sua forza

data di pubblicazione:

7 Giugno 2026

Sul sito della Fondazione museo civico di Rovereto, é possibile accedere ad una sezione dedicata alla rivista Eleusis, rivista finalizzata alla catalizzazione e alla diffusione delle ricerche internazionali riguardanti l’antichissimo rapporto che lega l’uomo all’uso di vegetali e composti psicoattivi, sia dal punto di vista tradizionale che scientifico.
Un articolo a firma di Giorgio Samorini, dal titolo “Colliri visionari”, approfondisce l’utilizzo di alcune sostanze all’interno di riti magico-terapeutici e religiosi in diverse regioni dell’Africa nera.
All’interno di questi riti esiste una pratica peculiare che consiste nella somministrazione di sostanze medicinali e “magiche” direttamente negli occhi, sotto forma di collirio.
Il caso più celebre e documentato riguarda il culto del Buiti, diffuso principalmente in Gabon, dove l’uso della pianta visionaria iboga si intreccia con l’applicazione rituale di un liquido chiamato ebama.
Durante il percorso iniziatico, il neofita assume grandi quantità di radice di iboga per raggiungere uno stato di coma visionario; al suo risveglio, se gli officianti ritengono che egli abbia “ben visto”, viene proclamato iniziato.
Solo a questo punto viene instillato l’ebama, che provoca un dolore così intenso da essere soprannominato “ebama di fulmine”.
L’applicazione di questo collirio non è una semplice prova di resistenza fisica, ma riveste un profondo valore simbolico e cognitivo. Attraverso l’uso di un imbuto vegetale, il liquido viene versato negli occhi dell’iniziando, il quale è poi obbligato a fissare il sole.
Questa pratica ha lo scopo di “far scoprire ai nuovi iniziati i segreti dell’altro mondo nascosti ai comuni mortali” e di dimostrare che il neofita è ormai in grado di “guardare in faccia la verità senza temerne la sua forza”.
Oltre al Buiti, anche il rito terapeutico dell’Ombwiri utilizza colliri simili che inducono visioni specifiche, come cerchi blu o figure umane vestite di bianco, tappe fondamentali nel cammino verso la guarigione spirituale.
L’origine di queste pratiche sembra risalire ai Pigmei della foresta equatoriale, i quali utilizzano gocce vegetali per aumentare l’acutezza visiva necessaria alla caccia; come essi stessi affermano: “fa male, punge, ma dopo si vede meglio”.
La composizione di questi preparati è estremamente complessa e varia tra le diverse etnie, includendo linfe di euforbiacee irritanti e persino estratti di millepiedi. Sotto il profilo farmacologico, resta aperto il dibattito se tali sostanze inducano visioni per via sistemica o se le allucinazioni siano causate dall’infiammazione del bulbo oculare.
Tuttavia, è noto che gli alcaloidi tropanici (datura, belladonna, mandragora, ecc.) possono indurre effetti psicoattivi per via oculare, come dimostrato da casi medici del XIX secolo in cui pazienti trattati con duboisina manifestavano stati di ebbrezza e allucinazioni visive.
Questa affascinante tradizione trova echi anche nella mitologia classica e nei papiri magici dell’antico Egitto.
Dalle gocce soporifere usate da Medea per addormentare il drago, fino ai rituali mitraici che promettevano una visione chiara e meravigliosa attraverso il succo dell’erba “kentritide”, l’idea che gli occhi siano una porta d’accesso privilegiata alla conoscenza invisibile attraversa i secoli e le culture. 
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