Social media e mondo sanitario

Le istituzioni sanitarie hanno una responsabilità specifica. Devono promuovere alfabetizzazione digitale e interrogarsi criticamente sul proprio utilizzo delle piattaforme

Le istituzioni sanitarie hanno una responsabilità specifica. Devono promuovere alfabetizzazione digitale e interrogarsi criticamente sul proprio utilizzo delle piattaforme. Molte aziende sanitarie utilizzano i social media per la promozione della salute o la comunicazione istituzionale, ma ogni tecnologia incorpora una logica economica e operativa: non è neutra.

data di pubblicazione:

15 Aprile 2026

La nostra vita quotidiana è sempre più immersa nell’utilizzo di piattaforme digitali.

Facebook, Instagram, X, TikTok, solo per citarne alcune, non sono più semplici strumenti di comunicazione, ma infrastrutture sociali attraverso cui si informano, si relazionano e si orientano milioni di persone. Sul sito di Salute internazionale si analizzano alcune conseguenze di questa immersione e sulla possibilità di orientare queste piattaforme verso un utilizzo più democratico e meno dannoso per la salute.

Le grandi piattaforme digitali sono basate su un “(…)  modello economico dell’attenzione che premia l’ingaggio continuo: le piattaforme sono progettate per massimizzare il tempo di permanenza tramite notifiche, feed personalizzati e contenuti emotivamente salienti. Le implicazioni di questa “costruzione” sono anche sanitarie. Diversi studi hanno evidenziato correlazioni tra utilizzo intensivo dei social media e disturbi della salute mentale (ansia, depressione, ideazione suicidaria), diffusione di disinformazione sanitaria, promozione di stili di vita non salutari e polarizzazione politica; alcuni autori hanno inoltre ipotizzato una progressiva erosione dell’autonomia personale.

Per contrastare queste conseguenze sulla salute “(…) alcuni Paesi hanno proposto limiti di età per l’accesso ai social, non senza critiche; negli Stati Uniti sono stati avviati procedimenti giudiziari per valutare la responsabilità delle piattaforme nei meccanismi di dipendenza.

Nel frattempo queste piattaforme si stanno trasformando sempre di più in strumenti che, attraverso l’estrazioni di dati messi a disposizione dagli utenti, cercano di prevedere e modificare il comportamento umano.

Una teoria questa proposta da Shoshana Zuboff, sociologa statunitense e autrice del libro The Age of Surveillance Capitalism. 

Secondo Zuboff questo sistema di monitoraggio dati si è affermato anche per l’assenza di un’effettiva funzione di controllo democratico. In mancanza di un’adeguata risposta politica,  le infrastrutture dell’informazione e della comunicazione sono diventate spazi privatizzati con vincoli normativi deboli rispetto alla loro portata sistemica.

Per questo motivo l’articolo conclude che: “le istituzioni sanitarie hanno una responsabilità specifica. Devono promuovere alfabetizzazione digitale e interrogarsi criticamente sul proprio utilizzo delle piattaforme. Molte aziende sanitarie utilizzano i social media per la promozione della salute o la comunicazione istituzionale, ma ogni tecnologia incorpora una logica economica e operativa: non è neutra. In particolare i social media costituiscono un ambiente strutturalmente problematico per il mondo sanitario. È necessario quindi chiedersi se lo strumento sia coerente con gli obiettivi dichiarati”.

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