Disturbo da Gioco d’Azzardo e presa in carico di persone straniere

La complessità della presa in carico delle persone straniere

Il contributo intende analizzare in particolare gli ostacoli linguistici, simbolici e culturali che caratterizzano la relazione terapeutica con pazienti definiti “difficili”. Pazienti che frequentemente nella pratica clinica sono soggetti che sfidano le competenze dei professionisti, mettono in crisi i protocolli operativi e sembrano sottrarsi a una presa in carico lineare

data di pubblicazione:

14 Aprile 2026

La relazione terapeutica con pazienti stranieri che hanno un disturbo da Gioco d’Azzardo è il tema di un contributo scientifico disponibile sulla rivista Mission – Italian Quarterly Journal of Addiction n° 71 di settembre 2025.

Un tema, quello dell’incontro terapeutico con pazienti stranieri, che sarà sempre più frequente da praticare e più urgente da analizzare. Una analisi che l’articolo si propone di fare partendo dalla storia complessa di migrazione e vulnerabilità di un uomo albanese di 53 anni.

Il contributo intende analizzare in particolare gli ostacoli linguistici, simbolici e culturali che caratterizzano la relazione terapeutica con pazienti definiti “difficili”. Pazienti che frequentemente nella pratica clinica sono soggetti che sfidano le competenze dei professionisti, mettono in crisi i protocolli operativi e sembrano sottrarsi a una presa in carico lineare.

In genere si tratta di pazienti che arrivano in ritardo, interrompono il trattamento, negano il problema, si mostrano disinvestiti o addirittura ostili

Se pensiamo a pazienti stranieri a questi elementi se ne aggiungono altri che fanno capo ai modelli culturali, simbolici e relazionali di provenienza.

Modelli che non coincidono con la maggior parte dei pazienti che si incontrano e che mettono maggiormente in difficoltà i professionisti della cura.

Elementi come le barriere linguistiche e simboliche, le motivazioni, il significato che viene dato al gioco dalla cultura di provenienza e le dinamiche di genere aumentano la complessità del percorso di cura, rallentando i processi e mettendo in crisi i tradizionali assetti terapeutici.

In conclusione l’articolo sostiene la necessità di “(…) promuovere dispositivi terapeutici flessibili, in cui la rete integrata tra servizi sanitari, sociali e culturali non sia un’aggiunta estemporanea, ma una condizione strutturale dell’intervento.
In tale ottica, il mediatore culturale non può essere una figura occasionale, ma parte integrante del setting clinico (Moro, 2002). Allo stesso tempo, l’équipe deve essere formata a leggere anche i segnali impliciti, i codici non verbali e i linguaggi culturali dell’altro”.

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