La vita delle donne in carcere

Il 2025 è stato l’anno con il più alto numero di suicidi da parte di donne carcerate

In Italia esistono 5 istituti dedicati alle donne, che accolgono circa un terzo delle detenute, mentre le restanti sono ospitate in istituti ordinari.

data di pubblicazione:

21 Marzo 2026

Gli istituti penitenziari sono strutture pensate da uomini per gli uomini, dove la presenza femminile resta marginale non solo dal punto di vista numerico, ma anche dal punto di vista di studi specifici. Sul sito Sizethetime è possibile leggere una intervista su questo tema a Jessica Lorenzon dell’Associazione Antigone.

In Italia esistono 5 istituti dedicati alle donne, che accolgono circa un terzo delle detenute, mentre le restanti sono ospitate in istituti ordinari.

Negli ultimi quarant’anni, il numero delle donne detenute si è attestato intorno al 3.5-5%, un dato simile a quello riferito alla popolazione detenuta in Europa, ed in linea con il dato mondiale, che si attesta attorno al 6%.

Nella realtà si tratta di una presenza al margine e poco considerata, collocata in sezioni femminili all’interno di carceri pensate e vissute prevalentemente al maschile.

Il primo dossier interamente dedicato alla condizione delle donne in carcere, curato dall’Associazione Antigone, è uscito nel 2023 (https://www.rapportoantigone.it/primo-rapporto-sulle-donne-detenute-in-italia/), documento importante che mette in luce anche esigenze specifiche di una parte della popolazione carceraria.

Per Lorenzon povertà, migrazione, dipendenze, violenza domestica e tratta sono tutti elementi che incidono negativamente nel percorso carcerario in generale, ma per le donne questo diventa ancora più complicato, con il rischio, una volte uscite, di ritrovarsi nuovamente in un contesto di violenza di genere e domestica.

” Secondo i Trattati Internazionali per la protezione delle vittime di violenza, la detenzione in carcere appare incompatibile con una biografia caratterizzata da abusi e violenze; eppure, ad oggi, un’ampia fetta delle donne detenute arriva da questi contesti.

Altresì, a parità di condizione giuridica, risulta più complesso per le donne straniere rispetto a quelle italiane l’accesso a misure alternative alla detenzione e ai percorsi trattamentali per le dipendenze da sostanze nei circuiti istituzionali sanitari dedicati a queste problematiche; il tutto associato a una maggiore scarsità di risorse relazionali e simboliche nei territori di provenienza o di scarcerazione”.

Anche la ridotta presenza di mediatrici e mediatori culturali aumenta la complessità e la durezza della condizione delle donne straniere in carcere. Condizione che nel 2025 ha causato il maggior numero di suicidi tra le donne mai registrato. Un dato che sembra collegato anche alla minore possibilità di accedere a misure alternative.

L’articolo nel finale si focalizza sulla situazione dell’istituto femminile situato nell’isola della Giudecca a Venezia. Se l’istituto dal punto di vista strutturale e igienico è conforme alle norme, e non risulta generalmente sovraffollato, presenta comunque alcune criticità importanti.

Tra queste Lorenzon evidenzia il”(…) fatto che la struttura si trova su un’isola e quindi se guardiamo al carcere come a un’istituzione situata, sono evidenti i limiti di un territorio isolano che rende minime le occasioni di inserimento sociale e difficoltosi gli spostamenti del personale che vi opera all’interno.

Per questo motivo il turnover del personale di polizia penitenziaria è molto alto, con una stima del 70% ogni anno; ma sono anche altre le criticità che emergono. Una di queste è la capacità di poter mantenere i contatti con i propri cari da parte delle recluse: molte detenute, infatti, non hanno colloqui frequenti e limitano i propri contatti con i propri famigliari alle telefonate e alle videochiamate”.

Una situazione di relativo isolamento che viene attenuata solo in parte dalle attività che vengono svolte all’interno del carcere pe le detenute.  Attività svolte da associazioni di volontariato, che tentano in qualche modo di tappare le carenze dell’istituto.

“Rimane il fatto che, nel complesso, però, dovrebbe essere l’istituzione stessa a garantire il rispetto dei principi costituzionali e la tutela dei diritti e della dignità umani della popolazione detenuta” conclude Lorenzon.

 

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