L’utilizzo degli psicofarmaci nei CPR: tra controllo e sofferenza

La sofferenza mentale nei Cpr è strutturale, non episodica

Il secondo rapporto di monitoraggio del Tavolo asilo e immigrazione nei centri di permanenza per il rimpatrio-CPR evidenzia una realtà di assenza di cura, gesti estremi, disturbi psichici ed enormi quantità di psicofarmaci somministrati alla leggera.

data di pubblicazione:

9 Febbraio 2026

Il secondo rapporto di monitoraggio del Tavolo asilo e immigrazione sui Centri di permanenza per il rimpatrio (CPR) descrive una realtà segnata dall’assenza di cura, da gesti estremi, da diffusi disturbi psichici e da un uso massiccio e disinvolto di psicofarmaci.

La sofferenza mentale nei CPR è strutturale, non episodica. Le condizioni umilianti, la mancanza di senso, l’incertezza e la detenzione senza una data di fine certa producono un surplus di sofferenza. A subirlo sono persone già profondamente provate da percorsi personali e migratori traumatici. Anche l’Ufficio regionale per l’Europa dell’OMS conferma che la detenzione aumenta il rischio di disturbi d’ansia, depressione e stress post-traumatico.

I dati raccolti nel rapporto delineano un quadro allarmante. Le persone detenute accedono ripetutamente al pronto soccorso. Sono frequenti le medicazioni per atti autolesivi e gli stati di agitazione psicomotoria. Il sistema ricorre in modo sistematico ai servizi psichiatrici, senza però garantire un adeguato supporto psicologico continuativo.

In un contesto di detenzione prolungata, l’uso di psicofarmaci diventa quotidiano. Si tratta di “farmaci usati per controllare e per rendere sopportabili condizioni di vita che nessuno accetterebbe”. Come spiega Ferrari Aggradi, “molte volte questi medicinali non vengono nemmeno prescritti dai medici, oppure ci sono psichiatri che dipendono dalle società che gestiscono i Cpr, quindi molto accondiscendenti alle richieste di chi comanda”.

In molti centri emergono segni evidenti di autolesionismo e tentativi di suicidio. Le autorità li liquidano spesso come “atti dimostrativi”, ma in realtà rappresentano una delle poche forme di espressione e di protesta possibili.

Nonostante la gravità della situazione, la salute mentale non incide neanche sulle valutazioni di idoneità alla reclusione. Queste si basano quasi esclusivamente su parametri fisici. Il rapporto lancia quindi un appello chiaro: le valutazioni di idoneità alla permanenza nei CPR devono includere criteri psichiatrici e psicologici. Inoltre, è necessario rafforzare percorsi di sostegno psicologico e psichiatrico continuativo.

Come ricorda Ferrari Aggradi, citando Franco Basaglia, “senza libertà non può esserci cura, e i CPR sono l’esatto contrario della libertà”.

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