La dipendenza da gioco d’azzardo non è ludopatia: una riflessione

la parola ludopatia ha spostato l’attenzione dal vero problema: l’azzardo.

il problema principale di questo neologismo, la Ludopatia, è che mette l’accento su un comportamento, il gioco, che da sempre è un importante strumento educativo, socializzante, sfidante, divertente e rilassante per ogni fascia di età

data di pubblicazione:

21 Gennaio 2026

Ludopatia: per la Treccani si tratta di un neologismo del 2012, che significa “dipendenza patologica dai giochi elettronici o d’azzardo”. Per Fabio Pellerano, educatore professionale, esperto nel trattamento del disturbo da gioco d’azzardo e saggista non è così.

Sul sito di Avviso pubblico spiega come per lui il termine è sbagliato e fuorviante nel definire una dipendenza da gioco d’azzardo. “In questi casi occorre usare termini come disturbo da gioco d’azzardo, azzardopatia oppure il superato gioco d’azzardo patologico”.

Per Pellerano “(…) il problema principale di questo neologismo ( Ludopatia) è che mette l’accento su un comportamento, il gioco, che da sempre è un importante strumento educativo, socializzante, sfidante, divertente e rilassante per ogni fascia di età“.

Purtroppo si tratta di un termine ambiguo sempre più usato da politici, giornalisti, amministratori locali e, a volte, anche gli operatori sanitari.

Con questo termine per Pellerano si è puntato più sulla parola gioco che su quella di azzardo, il vero problema.

“Il gioco d’azzardo – e purtroppo la lingua italiana in questo caso non offre alternative come quella inglese – non è un gioco come gli scacchi, i giochi da tavolo o il gioco del calcio e non ha niente a che vedere con l’allenamento, la fatica o lo studio. A parte il poker giocato dal vivo con altre persone, la stragrande maggioranza dei giochi d’azzardo prevede una lotta impari contro il banco, che ha almeno tre fattori a suo favore: le probabilità, il tempo e di solito importanti capitali.

In effetti, le persone non giocano, azzardano. Sarebbe anche interessante, perciò, non chiamarli più giocatori, ma azzardatori, per non confonderli per esempio con i giocatori del calcio o di altre competizioni sportive”.

Le parole sono importanti!

Per questo ” ogni volta che ne pronunciamo una, di parola, evochiamo un sistema di significato che inevitabilmente plasma il nostro pensiero e il nostro rapporto con il mondo e gli altri. Se non definiamo la realtà, quando mai potremmo porre un limite all’azzardo e ai suoi danni?” si chiede Pellerano?

Se nel Decreto Dignità del 2018, l’articolo 9 comma 1-bis si parla di disturbi da gioco d’azzardo (Dga) per definire i disturbi correlati a giochi o scommesse con vincite di denaro, anche ognuno di noi può fare la propria parte definendo in modo appropriato un fenomeno che ha impatti individuale collettivi così gravi.

 

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