Esperienza di teatro giovanile in carcere: un progetto

in teatro c’è la sensazione di potersi mettere in gioco senza rischiare, a livello anche identitario

La ricerca approfondisce la funzione rieducativa dell’istituto penitenziario minorile e, attraverso osservazioni, testimonianze e le voci dei ragazzi detenuti, mostra gli effetti postivi e trasformativi del laboratorio teatrale all’interno dell’ipm.

data di pubblicazione:

12 Dicembre 2025

Il carcere con la porta aperta. Ossia l’esperienza di teatro portata avanti da giovani detenuti insieme a giovani di Milano per costruire spettacoli rivolti alla città. Esperienza di cui parla un articolo leggibile sul sito di Vita.it e che riguarda l’istituto per minori Cesare Beccaria. L’articolo racconta questa esperienza attraverso un lavoro di ricerca pedagogico svolto da Veronica Berni, assegnista di ricerca presso il Dipartimento di scienze umane per la formazione “Riccardo Massa” dell’Università degli studi di Milano Bicocca.

La ricerca approfondisce la funzione rieducativa dell’istituto penitenziario minorile e, attraverso osservazioni, testimonianze e le voci dei ragazzi detenuti, mostra gli effetti postivi e trasformativi del laboratorio teatrale all’interno dell’ipm.

Un laboratorio che si è aperto all’esterno, puntando sulla collaborazione e il lavoro di gruppo tra giovani “dentro”e giovani “fuori”. Un lavoro che spinge tutti i partecipanti a sperimentarsi in identità e relazioni nuove.

Per Berni “(…) un elemento fondamentale del progetto «è la commistione con l’esterno. In quel teatro, aperto al territorio, i ragazzi detenuti lavorano fianco a fianco con ragazzi liberi, costruendo insieme uno spettacolo che poi viene portato fuori, davanti a un pubblico reale. Questo gesto ribalta il modello tradizionale del carcere, che funziona secondo una logica educativa condizionale e di tipo premiale: nell’esperienza teatrale sia il “guadagno formativo” che il nuovo ingresso in società non è qualcosa che accade “dopo”, nel futuro, ma qualcosa che avviene subito, nell’immanenza del presente”.

Inoltre “(…) il teatro obbliga a essere un gruppo: a fidarsi, coordinarsi, aspettarsi, sostenersi. Non puoi fare teatro da solo. È una palestra quotidiana di socialità reale, in cui le competenze relazionali non vengono “insegnate”, ma vissute e incorporate. Infine, c’è la forza della finzione e del gioco. Il teatro permette di abitare un “mondo altro”, un cerchio magico dove puoi provare modi nuovi di essere senza essere giudicato”.

Tutto questo porta i ragazzi a sentirsi parte di un mondo nuovo e a mettere in pratiche nuove relazioni, uscendo da schemi predefiniti, con implicazioni importanti a livello educativo.

Per Berni però”(…) non basta “offrire attività”: bisogna moltiplicare esperienze che aprano spazi altri, non solo attività funzionali o disciplinari. È necessario favorire la commistione con l’esterno non come eccezione, ma come elemento strutturale dell’educazione, e sostenere pratiche comunitarie e cooperative”. 

Inoltre occorre promuovere esperienze educative che generino desiderio, non solo conformità: esperienze capaci di “sedurre” i ragazzi, coinvolgerli, far emergere motivazione e senso di possibilità. Il teatro se coniuga lavoro di gruppo e confronto con il “fuori” può rappresentare un momento di crescita e consapevolezza per molti giovani detenuti e non, che si ritrovano a lavorare spalla a spalla.

 

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