uso dello smartphone: tra divieti e cultura dell’utilizzo

l'utilizzo dei dispositivi come riempitivo del tempo già dai primissimi anni di età è un errore

data di pubblicazione:

9 Dicembre 2025

Un articolo del Corriere della Sera si interroga sull’uso dei dispositivi digitali tra i giovani. In particolare riflette su quali potrebbero essere le azioni che potrebbero portare a praticare una cultura positiva dell’utilizzo dello smartphone e dei social network.

Di fronte alla serie di divieti emessi negli ultimi anni da parte di alcuni governi nazionali (Danimarca, Norvegia e Australia vogliono aumentare l’età di primo utilizzo) non si può fare a meno di chiedersi quale sarà la loro efficacia rispetto alla salute mentale dei giovani nel futuro.

Per Laura Turuani, psicologa e psicoterapeuta dell’Istituto Minotauro di Milano i divieti possono arrivare fino ad un certo punto. Andrebbero accompagnati da quello che lei definisce “coerenza educativa”.

“Se gli adulti per primi non riescono a staccarsi dal telefono, come possono pretendere che lo facciano i ragazzi?» osserva Turuani. «L’educazione passa attraverso la coerenza, la prevedibilità e la capacità di dare l’esempio. I divieti, da soli, rischiano solo di alimentare opposizione o senso di colpa”.

Anche dare ai figli i dispositivi troppo presto per non farli annoiare per Turani rappresenta un errore, a cui poi non si può rimediare in adolescenza con divieti e controlli incomprensibili per i ragazzi e ragazze.

Azioni queste  che non aiutano i figli “(…) a tollerare la noia o la frustrazione, che sono competenze fondamentali per crescere. Abbiamo un problema che ci sta arrivando addosso come uno tsunami, con bambini non abituati all’autoregolamentazione» avverte la psicologa, che sottolinea come «vietare sia più facile che educare».

Di fronte a questa situazione l’articolo si affida a due ricerche svolte da due università americane, tese ad indagare l’uso dei social media tra i giovani. Da queste è emerso che “(…)  che la maggior parte delle persone vive sentimenti contradditori: vorrebbero utilizzare i social media in autonomia, ma sarebbero anche felici che queste piattaforme venissero eliminate dalla comunità”. 

Per i ricercatori “(…) la radice di questi comportamenti, è da cercare nella paura di perdersi qualcosa, quella che viene definita come FOMO. Se sanno che i loro amici sono sui social media, vogliono esserci anche loro, pur desiderando allo stesso tempo trovare una via d’uscita”.

Di fronte a questo scenario non mancano però segnali positivi.

Per Turani “gli adolescenti di oggi sono molto più consapevoli di quanto immaginiamo e desiderano equilibrio. Sono molto più bravi di noi ad autolimitarsi: in moltissimi, per non essere travolti dalle notifiche o dalla curiosità per i social, quando hanno bisogno di concentrarsi inseriscono sul telefono la modalità notturna o silenziosa, inseriscono limiti alle app e lasciano il telefono fuori dalla stanza”.

Tra le generazioni che riescono a gestire meglio l’utilizzo dei social ci sarebbe la generazione dei Millennial (i nati tra il 1981 e il 1996). Una generazione questa che, essendo nata nell’epoca dei social, potrebbe essere di maggior aiuto ai propri figli.

“L’ansia collettiva verso la tecnologia può diventare il motore di una trasformazione positiva. Non è mai il mezzo in sé il problema (grazie allo smartphone si possono imparare più facilmente lingue straniere o rendere materie di studio ostiche più semplici con video divulgativi), ma il modo in cui lo usiamo e il significato che gli attribuiamo”.

 

 

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