industria della cannabis USA in crisi

fra i problemi evidenziati dal punto di vista del business, la legalizzazione ha portato a un eccesso di offerta di marijuana, che ha determinato il calo dei prezzi

nonostante il mercato della cannabis USA prevedesse un'espansione di fatturato e valore azionario delle aziende produttrici, gli ultimi segnali attestano un forte rallentamento

data di pubblicazione:

9 Agosto 2025

L‘industria della cannabis negli USA attraversa un periodo di crisi, comprovata dal crollo di valore delle principali aziende produttrici e dalla mancata espansione della legalizzazione negli stati USA dove rimane illegale. Attesta queste tendenze un articolo del San Diego Post, tradotto in italiano da Aduc.

“Quella che un tempo sembrava la prossima grande industria americana si trova ora in stallo, tra una regolamentazione stagnante, valutazioni in calo e una realtà di mercato spietata. Il settore legale della cannabis, un tempo destinato a generare miliardi di fatturato e a rivoluzionare tutto, dalla medicina alle basi imponibili, sta mostrando segni di cedimento e, in alcuni casi, addirittura di collasso.

La California, dove la legalizzazione era un tempo un modello di riforma nazionale, è diventata un esempio ammonitore. Nonostante lo status legale e l’accettazione culturale, il mercato legale della cannabis nello stato continua a soffrire di eccessiva regolamentazione, tasse elevate e concorrenza da parte di un mercato illegale radicato. E la storia della California non è unica. In tutto il paese, un mosaico di leggi statali ha causato problemi logistici e bloccato la crescita nazionale.

Nel 2021, l’ottimismo del settore aveva raggiunto il picco. Quattro delle più grandi aziende nordamericane produttrici di cannabis – Curaleaf, Green Thumb Industries, Tilray Brands e Trulieve – avevano una valutazione complessiva di 37 miliardi di dollari. All’epoca, il vento politico sembrava favorevole: il presidente Joe Biden era in carica, nuovi stati come New York e Virginia stavano legalizzando l’uso ricreativo e si parlava di una riforma federale.

Ma quasi tre anni dopo, l’euforia si è esaurita. Quelle stesse quattro aziende ora valgono complessivamente solo 4 miliardi di dollari. La loro valutazione media è crollata, le proiezioni di fatturato si sono appiattite e si prevede che le perdite continueranno anche l’anno prossimo. Il crollo è dovuto in parte a un errore di calcolo fondamentale: la convinzione che la legalizzazione si sarebbe diffusa rapidamente negli Stati Uniti e all’estero.
Al contrario, il movimento si è arenato. Nessun singolo stato americano ha legalizzato la cannabis ricreativa nel 2023 o nel 2024. Nel frattempo, gli sforzi per riclassificare la cannabis a livello federale – potenzialmente alleggerendo gli oneri fiscali e migliorando l’accesso ai servizi bancari – rimangono in sospeso. All’estero, lo slancio è altrettanto contrastante. La Thailandia, un tempo considerata un’apripista nel Sud-est asiatico, ha recentemente fatto marcia indietro e ne ha vietato l’uso ricreativo.

Un altro problema è di natura puramente economica. La legalizzazione ha portato a un eccesso di offerta di marijuana, con conseguente calo dei prezzi. A New York, il numero di dispensari è aumentato a oltre 300 in soli tre anni. I prezzi al dettaglio negli Stati Uniti sono diminuiti del 32% nello stesso periodo, innescando una corsa al ribasso per produttori e venditori. Se a ciò si aggiungono normative locali restrittive e tasse elevate – a volte superiori al 30% in stati come la California – il mercato legale inizia ad apparire meno come un’opportunità commerciale e più come una trappola normativa.”

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