nuovo piano carceri e detenzione domiciliare in comunità

attraverso lo stanziamento di 335 milioni di euro, entro i primi mesi del 2027 si realizzeranno più di 2.500 nuovi posti negli istituti di pena

persistono dubbi sull'effettiva realizzazione del piano, in quanto a oggi le comunità terapeutiche non hanno sempre una piena copertura dei posti disponibili

data di pubblicazione:

7 Agosto 2025

Nel nuovo piano carceri annunciato dal governo Meloni, è previsto un ampliamento della possibilità di detenzione domiciliare in Comunità. Ne discute Riccardo Gatti, medico psichiatra e responsabile del Dipartimento Dipendenze Patologiche della ASL città di Milano, in un articolo sul suo blog.

“C’è qualcosa che non ho capito sul nuovo piano carceri, per quanto riguarda i tossicodipendenti. Di sicuro ho capito che “Il piano carceri del governo è diventato realtà anche grazie all’impegno del Mit che ha stanziato 335 milioni di euro: consentiranno di realizzare entro i primi mesi del 2027 più di 2.500 nuovi posti negli istituti di pena (fonte il Sole 24ore)”. Quindi dovrebbero aumentare i posti per i detenuti, per evitarne il sovraffollamento.

Ma, per i tossicodipendenti, parlando del piano, Nordio dice “La parola d’ordine è «recupero dei detenuti tossicodipendenti», e precisa che la detenzione differenziata si svolgerà «in strutture certificate di comunità» e che «la condizione per il trattamento differenziato è quella di non aver commesso reati di certa gravità». Leggendo questa notizia, per come è riportata, sembra che ci troviamo di fronte a qualcosa già deciso e, praticamente, in vigore nell’immediato.

Giorgia Meloni, in un suo video, parla, però, di un Disegno di Legge e, quindi, di una proposta legislativa che verrà presentata dal Governo al Parlamento per essere discussa, eventualmente modificata e approvata, al fine di diventare legge. Circolano bozze di questo Disegno di Legge che permetterebbe a chi, tossicodipendente o alcoldipendente, con una condanna a pena detentiva, fino a otto anni od a quattro anni in relazione ad alcuni delitti (di cui all’articolo 4-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354), di chiedere in ogni momento di essere ammesso alla detenzione domiciliare in Comunità, sulla base di un programma terapeutico socio-riabilitativo residenziale.

Ma Rita Bernardini, presidente di “Nessuno tocchi Caino” fa correttamente notare, su L’ Altravoce (in una inchiesta che ha il titolo emblematico, “Né giudici né comunità così lo svuotacarceri è solo fumo negli occhi”), che la libertà anticipata per i tossicodipendenti è già prevista dall’ordinamento penitenziario e, caso mai, bisognerebbe chiedersi perché non funziona: “mancano le comunità, sono pochi i magistrati di sorveglianza”.

Eppure, dice Giorgia Meloni, “Abbiamo raccolto le richieste delle comunità terapeutiche: fin dal momento dell’arresto il tossicodipendente può scegliere la comunità invece del carcere”.

Sonia Caronni, responsabile del Gruppo esecuzione penale adulti del CNCA, il Coordinamento nazionale comunità di accoglienza (una delle Organizzazioni rappresentative del Privato sociale) è sorpresa dalla proposta governativa e lo dichiara su L’Altravoce: “Abbiamo le comunità semi-vuote nonostante un impianto legislativo che favorisce l’uscita dal carcere” e, ancora, “c’è già tutto, non bisogna fare altri provvedimenti”.

Effettivamente diverse Comunità hanno molti posti disponibili, tuttavia nessuno sembra chiedersi come mai non sono occupati. Forse le comunità sono state sovradimensionate per rispondere ad una domanda che, nel tempo, si è ridotta rispetto all’offerta? Ci sono problemi di budget e di stanziamenti? Ma come mai, anche i detenuti, non vi accedono come luogo per scontare la pena, visto che già esistono misure che lo permettono?

Il problema è nelle norme, oppure nella reale possibilità di applicarle in carenza di organizzazione e di risorse adatte: cosa da sempre, poco tenuta in considerazione. Così vengono emanate ulteriori norme che, a loro volta, non verranno applicate e che, magari, introducono ulteriori difficoltà da dipanare. In questo caso, ad esempio, la correlazione tra la tossicodipendenza o l’alcoldipendenza e il reato commesso, cosa che non è così lineare come potrebbe sembrare se, in qualche modo, deve essere dimostrata, verificata o certificata e non solo citata, pro forma, in qualche relazione.

Speriamo, quindi, che l’intero percorso, anche territoriale, per l’applicazione della norma sia opportunamente sostenuto, perché possa essere davvero una occasione per scontare la pena scegliendo di compiere, contemporaneamente, un percorso terapeutico e riabilitativo appropriato ed efficace. Si tratta, cioè di un percorso che richiede un prima ed anche un dopo: quanto necessario per un reale reinserimento sociale.

Ed a questo proposito mi interrogo anche su chi sosterrà le spese per le persone che, in esecuzione penale, sceglieranno la comunità. Il SSN attraverso le Regioni? Non sarebbe la prima volta che lo Stato attribuisce compiti e adempimenti, ma non le risorse necessarie per assolverli: certe funzioni, non si improvvisano ed il personale per esercitarle non si trova e si forma in un attimo.

Va dedicata molta attenzione, visti i numeri in gioco e nell’ipotesi che il tutto possa funzionare, anche per evitare che, nella operatività e nella immagine collettiva, gli stessi SERD, assieme alle Comunità, siano sempre più inglobati in un sistema di contenimento e controllo, ma sempre meno identificabili ed identificati in un vero sistema di cura e riabilitazione.

Ci vuole, cioè, poco a perdere di vista l’obiettivo riabilitativo, ed a trasformare il Sistema di intervento in una nuova “istituzione totale”: un diverso tipo di contenzione, da cui, chi non ha commesso un reato, preferisca tenersi distante. In questo caso, addio alla possibilità di interventi precoci, compresi quelli che potrebbero evitare proprio i reati strettamente correlati alla tossicodipendenza. Penso che ci sia modo di evitare questo pericolo, ma, a mio parere, bisogna tenerlo presente, fin da ora.”

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