Cresce il turismo dell’ayahuasca

Un turismo che ha pochi aspetti relazionali e sociali

Una esperienza che, grazie alla presenza nella miscela di alcuni alcaloidi contenuti in alcune piante, tra cui la Banisteriopsis caapi e la Psychotria viridis (ad alto contenuto di DMT), mira a provocare l'alterazione della coscienza, dei pensieri, dell’umore e delle percezioni.

data di pubblicazione:

12 Luglio 2025

Sul sito de IL POST un articolo approfondisce il fenomeno del turismo internazionale attorno all’ ayahuasca. Un turismo che si concentra prevalentemente in Perù, ma anche Colombia, Ecuador, Brasile, Bolivia e Costa Rica. Tutti paesi dove questa miscela di erbe è legale e che in parte condividono la presenza di cerimonie religiose all’interno delle comunità indigene.

Ed è a questi modelli cerimoniali che molte esperienze proposte, attraverso pacchetti turistici anche molto costosi, si ispirano.

Una esperienza che, grazie alla presenza nella miscela di alcuni alcaloidi contenuti in alcune piante, tra cui la Banisteriopsis caapi e la Psychotria viridis (ad alto contenuto di DMT), mira a provocare l’alterazione della coscienza, dei pensieri, dell’umore e delle percezioni.

Tutti effetti ricercati da assuntori, che si rivolgono a centri, più o meno specializzati, per accogliere un pubblico pagante. E se da una parte questo turismo, come ogni turismo, in certi casi ha avuto un impatto positivo sull’economia di molte comunità locali, non mancano le critiche.

Secondo Nina Gualinga ed Eli Virkina, due membri della comunità indigena dei Quechua del Napo, nell’Amazzonia ecuadoriana, “(…) il turismo dell’ayahuasca, è una «colonizzazione continua mascherata da benessere». Secondo loro il turismo ha stravolto, semplificato e decontestualizzato pratiche, lingue e identità culturali anche molto diverse tra loro, trasformandole in «fantasie commerciabili per gli stranieri”.

Per loro “(…) il loro vero ruolo è di mantenere l’equilibrio all’interno della comunità e nelle relazioni tra persone, foreste e tutti gli esseri. La guarigione, nella nostra visione del mondo, è collettiva perché siamo tutti interconnessi». I centri più orientati al turismo danno invece priorità «al sé, alle esperienze individuali e alla crescita personale», e questo è in contrasto con l’essenza stessa del concetto di guarigione tra le comunità indigene, che è sempre fondata su un benessere condiviso”.

Nonostante questo, il numero di centri che propone queste esperienze, con livelli di supporto molto diversi tra loro, è cresciuto. Di fatto questo turismo è una fonte di reddito alternativa, soprattutto nelle aree rurali, ma che in alcuni casi può creare disparità economiche molto evidenti.

Inoltre “(…) le pratiche legate all’ayahuasca sono riconosciute come «patrimonio culturale della nazione», e anche questo riconoscimento ha favorito nel tempo lo sviluppo turistico. Non solo: ha attirato interessi di studiosi e università, e migliorato la sanità del paese.

In aree in cui il governo era incapace di arrivare, come nelle Ande e nella Foresta amazzonica, ha permesso di istituire corsi di igiene e di formazione per diverse figure della medicina tradizionale“.

Ma per lo scrittore e giornalista Federico Di Vita un problema è che questa forma di turismo di fronte alla “(…) prospettiva di profitti cospicui abbia favorito una tendenza a trascurare i protocolli di sicurezza nelle procedure di ammissione dei partecipanti alle cerimonie. Ovviamente la qualità e il tipo di offerta cambiano da zona a zona, e molto dipende anche da quanto i centri sono sperduti o facilmente raggiungibili”.

Inoltre per Di Vita “(…) oltre alla questione della commercializzazione e dell’idealizzazione delle pratiche dell’ayahuasca, c’è infine quella dello sradicamento dal loro contesto culturale in Amazzonia e il loro trasporto in Europa e in Nord America. Trasportare il decotto è possibile, trasportare un intero sistema culturale no”.

Per lui invece “(…) potrebbe avere senso sviluppare pratiche totalmente occidentali per l’assunzione del decotto o del DMT, da parte di chi volesse farlo, e mettere da parte «la pretesa di trasportare di peso un modello culturale di fatto piuttosto lontano dal nostro”.

 

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